Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Si sta parlando di spending review e inizia un altro giro di valzer di polemiche (dopo i giri della riforma delle pensioni e quelli della riforma del lavoro). Quei cialtroni del governo vogliono ridurre il buono pasto degli statali da 7 a 5,29 Euro. Eh no! Non sia mai! Sindacati armati e dipendenti sul piede di guerra.
Premesso che mi pare l’esercizio governativo sulla spending review un pannicello caldo agendo - se non mi sbaglio - sull’1% della spesa pubblica, e che col risparmio sui buoni pasto ci si pagherà al massimo la benzina del ministro per i prossimi tre mesi, ciò premesso c’è un comportamento generale, di tutti gli italiani, che mi pare al contempo arcaico, familista, vagamente amorale e indiscutibilmente lesivo dell’interesse collettivo (attenzione: di quello ‘collettivo’!): tale comportamento si compendia sotto l’etichetta, tutta italiana, di “diritti acquisiti”, che da termine giuridico è diventato linguaggio comune a figurare che se si è fatto finora in un certo modo non si deve, anzi: non si può, fare in un modo diverso. Una sorta di usucapione pubblica generalizzata.
Ciò è emerso evidente per le due più importanti riforme citate sopra e, in particolare, per l’involuta discussione sull’art. 18, che tutte le parti hanno dichiarato essere elemento più simbolico che sostanziale, ma attorno al quale si è appunto giocata una partita della serie “diritti acquisiti”. A quell’epoca mi sarebbe assolutamente piaciuto un sindacato moderno e agguerrito che avesse detto alla Fornero qualcosa tipo “L’art. 18? benissimo, non c’è problema, da domani è abolito. Ma, in cambio, vogliamo questo e quest’altro” (p.es. migliori politiche di sostegno al reddito, incentivi reali per l’impiego dei giovani…), anche considerando l’infimo numero di cause intentate per violazione di tale articolo e il ridicolissimo numero di cause poi vinte.
Adesso vedrete che frastuono attorno alla spending review: ciascuno di coloro che sono minimamente toccati, anche alla lontana, apriranno le cataratte del giudizio universale delle critiche definitive, e sì che se si parla di revisione della spesa qualcosa significa che si dovrà togliere qua e là. E se si decidesse finalmente e sanamente di abolire le province? Mamma mia i ricorsi alla corte costituzionale! E se tagliassimo le auto blu? Ma ti pare che un’Associazione degli amici della auto blu non scenderebbe in piazza?
Tutti vogliono i sacrifici. Per gli altri. Tutti aborrono i privilegi. Degli altri.
Cos’è il Primo Maggio?
Credo che fatichiamo a capirlo oggi. Quel che è stato il lento, faticoso e spesso sanguinoso percorso che operai oppressi e ridotti in condizioni disumane hanno compiuto da metà ‘800 in poi noi non possiamo capirlo leggendo la scarna proposta della Wikipedia o da qualche resoconto giornalistico. Ci viene in soccorso la verità poetica e a chi fosse interessato suggerisco caldamente “Germinale” di Émile Zola; un anno di vita in miniera a fine ‘800, le lotte e lo sciopero animati da confuse idee socialiste, inquinate da nichilismo anarchico… Leggete “Germinale” se volete accostarvi al dolore e alle sofferenze di quelli, infine, che sono stati i nostri nonni o al massimo, se siete giovani, bisnonni: 130-140 anni fa. Poi le follie europee delle due guerre, e da quella fucina uscire idee più mature, classi dirigenti consapevoli; le nuove lotte del secondo dopoguerra hanno un ben altro livello di consapevolezza fino agli anni ‘60 e ‘70…
Poi tutto ha cominciato a correre in fretta e forse oggi il sindacato deve trovare un nuovo linguaggio, la classe operaia una nuova identità e i lavoratori tutti una nuova visione.
In ogni caso è opportuno, credo necessario, guardare al passato e ricordare chi eravamo, e il Primo Maggio serve a questo.
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