Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Il linguaggio che usiamo quotidianamente (che gli specialisti chiamano linguaggio “ordinario”) mente. Sempre. Ci sono molte ragioni intrinseche alle regole proprie del linguaggio che rendono impossibile la precisione, l’oggettività del linguaggio; c’è il noto problema dell’interpretazione (io dico una cosa, ma tu ne capisci un senso diverso); c’è infine un problema di reale possibilità della realtà (quantomeno sociale) ad essere descritta con precisione. Di tutto ciò si occupano semiologi, filosofi e sociologi del linguaggio e altri specialisti e, come avrete notato, non sto parlando di dolo (uso volontario del linguaggio per mentire). Data questa ambiguità di fondo del linguaggio (ma il termine ‘ambiguità’ è inesatto e sarebbe rigettato dai semiologi) è abbastanza evidente che le nostre opinioni personali, le nostre credenze, i nostri obiettivi e le nostre passioni incanalano il linguaggio - più o meno consapevolmente - verso determinate rappresentazioni della realtà.
Prendiamo due quotidiani on line di oggi molto differenti fra loro (nell’edizione di metà mattina del 28 Giugno 2012), La Repubblica e Libero. La Repubblica titola (di spalla):
Spread, Berlino fredda con Monti. “Strumenti di difesa già ci sono” - Borse in calo. Il premier allerta i ministri.
Invece Libero titola (centrale, alto, tre colonne):
Monti fa il duro a Bruxelles: pronto a boicottare Angela - Il premier alla Merkel: “Niente cooperazione sulla Tobin Tax se non ci sarà anche per la gestione del mercato dei titoli sovrani” - Tra Berlusconi e Monti c’è un patto anti-Merkel.
Lascio al lettore e alla lettrice di questo post di valutare le differenze di messaggio (più neutrale, descrittivo, tecnico nella Repubblica e più politico, antagonista e con riferimenti a elementi di politica interna in Libero, per fare un esempio iniziale).
Una prima conclusione: non basta leggere un quotidiano; e neppure due… Qualunque nostra fonte informativa riflette ideologie, pensieri, orientamenti legati a contingenze, casualità (o volontà) che il linguaggio comunque aiuta a deformare in un senso o nell’altro.
Ciascuno di noi vive comunicando, ma la comunicazione assieme chiarisce e confonde, aiuta a capire ma aiuta a celare la verità, aiuta a farsi un’idea propria ma assieme ci lascia penetrare dalle idee altrui.
—-
Post recenti sul tema del linguaggio:
Leggete questo divertente passaggio tratto da I fiori blu di Raymond Queneau (quello di Esercizi di stile e di Zazie nel metrò):
- L’espadrilla?
- Quegli affari che ficcano nel collo della bestia feroce.
- É sicuro che una cosa così si chiama così?
- Per il momento, io chiamo così una cosa così quindi la cosa viene chiamata così, e dato che è con me e non con un altro che lei sta parlando in questo momento, le conviene prendere le mie parole nel loro aspetto significante.
E adesso confrontatelo con quello di Lewis Carrol (da Al di là dello specchio (e quel che Alice vi trovò):
- […] Questo è gloria per te!
- Non capisco cosa intenda per “gloria”, - disse Alice
Tappo Tombo [Humpty Dumpty] sorrise sprezzantemente. – É naturale che tu non capisca… finché non te lo spiegherò io. Significa: “Questo è un ragionamento schiacciante per te!”
- Ma “gloria” non significa “ragionamento schiacciante”, - obiettò Alice.
- Quando io adopero una parola, - disse Tappo Tombo, in tono piuttosto sdegnoso, - significa esattamente quel che ho scelto di fargli significare… né più né meno.
- La questione è, - disse Alice, - se lei può fare in modo che le parole significhino le cose più disparate.
- La questione è, - disse Tappo Tombo, - chi è il padrone… ecco tutto.
É noto come Queneau e Carrol, sia pure senza essere semiologi, abbiano una dimestichezza con il linguaggio che consente loro di essere autori di giochi di parole magici, allusioni linguistiche, acrobazie semiotiche.
I due brani sono incredibilmente simili e non è da escludere una sorta di “citazione-omaggio” di Queneau nei riguardi di Carrol.
Entrambe hanno a che fare col rapporto fra significazione (ovvero il senso che si dà alle parole) e potere, tema assai antico che – fuori dal campo di competenze della semiotica – è già indicato nel celebre L’ideologia tedesca di Marx ed Engels in un contesto e con significati ovviamente molto differenti.
Il succo è questo: le parole ingannano e l’inganno va a beneficio di chi lo perpetua e lo orienta. La forza dell’inganno non è quasi mai nella frode, volgare e facilmente smascherabile, ma nella costruzione di un artificio retorico nel quale l’interlocutore si perde e finisce per non accorgersi di una sola falla, quella che consente di mutare il senso delle cose che si dicono (e che si fanno).
[Tratto, con adattamenti, da Claudio Bezzi, La linea d’ombra, Franco Angeli, Milano 2011]
Per un precedente post su questo argomento: Linguaggio stereotipato e deficit di libertà.
Caricando