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Il blog di Claudio Bezzi
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    Occorre una nuova architettura degli Enti locali

    Le Regioni - e ora anche le Province - sono agli onori della cronaca per ruberie, spese indecenti e altre simpatiche questioni; e torna con forza l’idea di una riforma complessiva. Occorre segnalare che questi enti non vanno riformati perché ci sono stati illeciti; vanno riformati perché - assieme - non sono funzionali e producono sprechi.

    Le Province sono enti residuali dell’architettura nazionale piemontese che già quarant’anni fa erano in cerca di un ruolo e mai l’hanno trovato. Hanno poche funzioni, a volte assegnate loro proprio per non farle morire d’inedia, che facilissimamente possono essere trasferite ai Comuni o alle Regioni senza particolari spese aggiuntive.

    Le Regioni hanno invece un ruolo importante. Forse troppo. Troppe competenze che l’architettura costituzionale recentemente modificata (la riforma del Titolo V tanto voluta dal centro-sinistra) ha reso elefantiache e in grado di contrastare politiche nazionali. Le Regioni servono, ma ne servono molte meno (fanno ridere Regioni come la Valle d’Aosta, l’Umbria e il Molise…), devono essere più snelle (sono diventate dei mostri organizzativi) e con funzioni più chiare e meglio integrate con quelle centrali. E parlando di Regioni: vanno totalmente aboliti gli Statuti Speciali (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino, Friuli).

    Bisogna aggiungere che anche i Comuni in Italia sono troppi. Avere comunelli di poche centinaia di abitanti che pretendono l’affermazione di un’identità specifica attorno al loro piccolo campanile fa ridere. Sono solo sprechi senza particolari efficienze. Le Comunità Montane hanno un ruolo solo se sono effettivamente “montane” (per chi non se ne intende: ci sono CM sul mare, tanto per promuovere altri carrozzoni) e una metà possono facilmente essere abolite.

    Per fare tutto questo serve una riforma Costituzionale. Non può essere considerato un problema perché, quando la Carta la si è voluta piegare a questa o quella riforma lo si è fatto anche a colpi di maggioranza… Il vero problema non è la Costituzione: è la volontà politica. Già ora (come sempre) Regioni e Province stanno facendo scudo alla semplice discussione sul loro ruolo; gli interessi sono enormi, le rendite politiche indiscutibili. Questo è il vero nodo. Fare sfracelli per abolire un pugno di Province e per ridurre marginalmente il potere delle Regioni non serve a nulla. Occorre intervenire con intelligenza ma con fermezza. Ovviamente non può farlo il governo Monti e tocca al successore.

    (2 Ottobre 2012)

    Troppi scandali; troppo poca politica

    La Regione Lombardia e la Regione Lazio. Poi le altre Regioni. Adesso le Province. E poi? I Comuni? Le comunità montane, le pro loco e i circoli aziendali? Quando toccherà ai sindacati? Alla fine rimarremo io e i miei lettori?

    E’ evidente che questa volta è molto ma molto peggio di “mani pulite”. Quella affossò la gloriosa Prima Repubblica, ma l’attuale ondata di scandali affosserà la vergognosa Seconda. E in questa bufera prosperano i pescecani, i grillini campioni del qualunquismo e i furbi gattopardi pronti a riciclarsi correndo sulla barca di Monti. In questa grandissima confusione occorre non perdere la testa e ripetersi dieci volte al giorno che occorre più politica, e non di meno. I malfattori che rivestono cariche politiche e tutti i sodali che non hanno voluto vedere (riguarda destra e sinistra, non venga Bersani a dare lezioni di moralità, a questo punto) non sono la politica.

    La politica è fatta di idee e di argomenti. La politica è azione per il bene comune. La politica è spirito di servizio. Questo è il momento per ricordarcelo e per cambiare regole e procedure della politica italiana per un nuovo rinascimento politico e per una Terza Repubblica di crescita morale, civile, sociale ed economica.

    (1 Ottobre 2012)

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    Più informazioni in un precedente post.

    Do you Spending Review?

    In questo corso d’inglese accelerato che ci stanno imponendo (spread, credit crunch, fiscal compact…) è arrivato il turno della spending review.

    La revisione della spesa governativa poteva avere almeno due coppie dicotomiche di proprietà:

    • efficace / inefficace e
    • popolare / impopolare.

    Sull’efficacia vedremo; i giornali di stamane riferiscono notizie abbastanza generiche che ci informano che sarà evitato l’aumento dell’Iva per 12 mesi. Ovviamente non è qui (o solo qui) che si dà un voto di efficacia che deriverebbe, invece, dall’essere i tagli di ordine strutturale e di comportare riduzioni di spese a parità di servizi. Il taglio delle Province - che pareva saltato - può essere un esempio di taglio efficace: è strutturale (e il risparmio lo si vedrà negli anni e nei decenni) e può garantire - se ben congegnato - parità di servizi perché le poche competenze provinciali possono facilmente essere trasferite a Regioni e Comuni. Staremo a vedere, anche perché i piccoli e inefficienti ospedali sono stati salvati dalla potente lobby medica. Quanto al resto dovremo capire meglio.

    Sulla popolarità invece c’è da discutere. Il taglio - evitato - dei piccoli ospedali avrebbe sollevato un mare di proteste, per esempio. Ma la riduzione del personale della P.A. del 10% (e della sua dirigenza del 20) non passerà tranquillamente. Stranamente nessuno dei principali quotidiani titola su questo (generalmente i titoli riguardano ospedali e province) che pure, mi pare, sia in Italia un fatto rivoluzionario. I meccanismi di uscita di questo personale in eccesso non mi sembrano ancora chiarissimi ma gli interessati non saranno contenti. Gli interessati. Perché tutti gli altri cittadini della Repubblica sembrano contentissimi si taglino questi posti di lavoro (secondo sondaggi estemporanei su Sky di ieri); l’ideologia di “Roma ladrona” ovvero dei “fannulloni” è in realtà molto ma molto diffusa, e credo che queste categorie avranno solidarietà piuttosto tiepide.

    Vedremo a breve.

    L’indispensabile abolizione (o almeno forte riduzione) delle Province.

    Occorre ricordare che le funzioni reali delle Province sono pochissime e facilmente distribuibili ad altri livelli amministrativi (le politiche del lavoro alle regioni, i CPI ai Comuni e così via). I risparmi dell’abolizione non sono così modesti come alcuni sostengono perché occorre vederli in prospettiva; non già “quanto risparmieremo quest’anno abolendole”, bensì “quanto si risparmierà nei prossimi venti, cinquant’anni”. C’è poi una componente etico-politica: meno poltrone inutili per trombati della politica, meno tentazione per il malaffare.

    Costi della politica e semplificazione amministrativa in Italia

    Aboliamo le Province? Sì tutte e subito; qualcuna; nessuna ma ne ridisegniamo le funzioni…

    Vabbé. E le Regioni? La vecchia idea delle macroregioni può essere ripresa? E accorpare Comuni di poche centinaia di abitanti? No, vero?

    Io ricordo queste discussioni trent’anni fa sulle Province e almeno venti, credo, sulle Macroregioni, ma temo che il Parlamento, costretto dagli eventi e dall’opinione pubblica a fare qualcosa, abortirà riformette che faranno risparmiare poco e renderanno più confuso il quadro.

    La mia impressione è che il dibattito in corso (quasi inesistente, in verità) sia un po’ ipocrita fra gli addetti ai lavori e un po’ opaco fra la gente. Credo che si debbano considerare queste cose:

    1.     che ci sia un risparmio oggettivo nel chiudere o, quanto meno, accorpare gli enti, lo capisce anche un bambino: certamente meno consiglieri provinciali costano meno, ma anche meno dipendenti; questi non verrebbero licenziati ma distribuiti fino a naturale pensionamento in altri Enti, ma in tempi medi e lunghi è evidente che non sarebbero tutti sostituiti, perché l’accorpamento delle funzioni crea delle economie di scala che rende non necessario, a parità di funzioni svolte, lo stesso numero di addetti; una valutazione intelligente quindi non dovrebbe fare solo i conti della serva e calcolare quante indennità di consiglieri si risparmierebbero (come leggo sulla stampa) ma stimare il risparmio netto a regime, ovvero coi minori costi strutturali e organizzativi;

    2.     in ogni caso nessuno può pensare di abolire senza riorganizzare; se aboliamo le Province chi gestirà i servizi attualmente di loro competenza? Occorre un’azione intelligente di ingegneria istituzionale che sappia approfittare dell’occasione per rivedere competenze, equilibri, efficacia, e ciò può (e più probabilmente deve) diventare un’ulteriore fondamentale forma di risparmio. L’efficienza è risparmio, per i cittadini, per le aziende, per l’apparato amministrativo, e avere meno Enti fra i quali correre, ma meglio serviti nella risposta, farebbe risparmiare non poco. Un buona valutazione dovrebbe includere questi risparmi (questi guadagni) rispetto a scenari alternativi di configurazione istituzionale;

    3.     dopodiché a me appare ovvio che il senso del campanile in paesini di poche anime in crollo verticale di natalità non sia più attuale e non può essere affatto esibito come bandiera di ineliminabile identità; mi pare ovvio che qualcosa del genera accada anche per le Regioni, almeno alcune delle quali (la mia Umbria p.es.) disegnate a tavolino all’indomani dell’Unità d’Italia e prive di qualunque tradizione storica. Se aggiungiamo le Comunità Montane, le varie Autorità, Enti territoriali alcuni, decisamente, ridicoli, direi che c’è lavoro per ragionarci attentamente per un bel po’ di tempo.

    Il fatto notorio è che tali Enti sono luoghi ottimi per imbucarci politici trombati, figli mogli e amanti, giovani da sperimentare, portaborse da promuovere, rompipalle da accontentare. Una quantità inenarrabile di gente priva di capacità e competenze, che non ha lavorato un giorno nella loro vita ma che sono sufficientemente organici alla sfera politica per poter pretendere una poltrona, uno sgabello, fosse solo uno strapuntino.

    Questo l’opinione pubblica italiana lo sa molto bene. La classe politica anche.

    (11 Febbraio 2012)

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