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Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.

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    Bossi piange

    Il Bossi, distrutto - dicono - dalla recente svolta giudiziaria che coinvolge anche lui e famiglia, piange. Il Grande Uomo pensa al ritiro e resta annichilito, nell’angolo, incapace di reazioni. Piange.

    Vi fa pena, almeno un po’? A me no, per niente.

    La parabola del Bossi è da manuale: un signor nessuno grossolano e furbo che azzecca la trovata della sua vita (la Padania, il locassimo esasperato che tocca lo stomaco peloso di certi ceti sociali stufi di una DC all’epoca già in crisi e da lì a poco travolta da tangentopoli) radunando un manipolo di sbandati e pseudo-intellettuali alla Miglio. Due decenni di grugniti eversivi all’ombra del Grande Bugiardo… Il Potere! Come il manovale che vince un miliardo alla lotteria e si ritrova pochi anni dopo rovinato, incapace di gestire quella fortuna, la parabola declina con l’assoluta incapacità politica e morale di gestire il potere; il potere visto come dominio, come disprezzo e come naturale e ovvio privilegio per sé e per la sua famiglia. 

    Il non vedere la catastrofe imminente, il sentirsi comunque invulnerabili e intoccabili anche fra le macerie è una caratteristica tipica dei despoti; mi sono sempre chiesto come mai Saddam Hussein sia rimasto fino all’ultimo a resistere inutilmente quando gli americani ancora gli offrivano una via di scampo; o Gheddafi… In altro contesto è lo stesso per Bossi (ma sarebbe uguale anche per Berlusconi): la Lega spappolata, i suoi fedelissimi inquisiti, e lui ancora lì a “pensare di ricandidarsi” e a grugnire contro Roma ladrona. Anni di cesarismo praticato su masse beote e ignoranti con la complicità di luogotenenti furbetti (Maroni compreso) che non avevano alcun interesse a calmierarlo, avvertirlo.

    Bossi piange? E’ ancora poco.

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