Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Dedicato a tutti i miei amici tumbleriani con velleità artistiche: http://www.fanpage.it/come-scrivere-un-libro-e-diventare-autori-immortali/
Un racconto di Bango Skank in cui ogni riferimento all’attualità è puramente casuale (bisogna dire così, no?)
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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Ho incominciato a morire presto, come tutti. Naturalmente l’ho capito molto tardi, che stavo morendo. Da bambino non ci pensavo, e verso i vent’anni ero convintissimo che non sarei mai morto. A trenta cercavo le donne, a quaranta i soldi e a cinquanta il successo, perché ormai ero abbastanza affermato ma non ancora celebrato. Affermato. E quindi donne e soldi a sufficienza. Ma non celebrato, e questo mi infastidiva molto. Ho capito dopo il perché, lì per lì era solo fastidio per il fatto che IO non fossi sufficientemente celebrato. E allora mi misi a lavorare come un forsennato, scrivevo racconti, romanzi, declamavo a conferenze in cui ero ospite principale, poi unico. Insomma, chi aveva tempo per pensarci? Lavoravo, scrivevo, presenziavo, ritiravo premi… Ogni tanto mi infilavo in un letto dove qualche fanciulla moooriva dalla voglia di farsi infilare dal Maestro. Ogni tanto mi ricaricavo con un viaggio esotico, rigorosamente esotico. Ma per lo più scrivevo. Quel cazzone di Paul Auster dice che le storie capitano a chi le sa raccontare. Non è vero. Le storie capitano a chi capitano, a chi se le va a cercare, a chi si arruola nella legione straniera. Allo scrittore non devono capitare storie, le deve solo scrivere. Le storie sono nella testa, e giù dura disciplina, otto ore al giorno a scrivere, e limare, e trovare la forma stilistica più adatta a stupire, e parlarne al telefono col tuo agente, e ricevere qualche giovanotto di belle speranze che viene a leccare il culo e dire banalità, ma se lo manda l’onorevole devi perderci i tuoi dieci minuti e chissà? qualche volta il giovanotto di belle speranze è una figa che si vuole togliere le mutandine, e così invece di otto ore al giorno scrivi solo sette ore, ma un po’ di diversivo serve, specie di quelli che ti solleticano l’ego…
Poi succede una cosa improvvisa. Vai in bagno, per esempio, accendi la luce e vedi riflesso un vecchio che non conosci. Un vecchio con i capelli grigi, la pelle rugosa e le borse sotto gli occhi. Un vecchio che sei tu e non lo sapevi. Beh, credetemi, ho sentito lo schianto fragoroso del mio Ego che collassava. Ho passato quei giorni a passeggiare, ed era anche un Autunno malinconico! E non fare niente. Capire che stai morendo non è una notizia da prendere alla leggera. Inutile fare esami clinici, accertamenti… di cosa? Stavo morendo. Punto. Io. IO stavo morendo!
E allora, e allora, e allora, cosa ti resta da fare? Tu abituato a graffiare la vita, inseguire il successo, correre verso l’orizzonte con l’intima certezza che prima o poi avrebbe smesso di spostarsi e si sarebbe lasciato agguantare da te, da te, DA TE!
Io che ero pieno di idee, e vedevo, chiaramente, senza dubbi, davanti a me, qual era la strada, la mia strada, unica, che mi avrebbe portato al successo finale e definitivo. Una strada chiarissima, lastricata da racconti memorabili, volumi deliziosi, io che già avevo un nome che incominciava a essere sussurrato, ancora alla lontana, là a Stoccolma… La consapevolezza della mortalità non riguarda la sofferenza, non riguarda la trascendenza, la colpa, il destino… Riguarda solo il tempo, la consapevolezza di non avere più tempo.
In quei giorni, ricordo, compilavo elenchi: quanti viaggi avrei fatto negli anni che ragionevolmente potevo aspettarmi di vivere ancora? Così maledettamente pochi? E dove andare, quindi, considerato il numero di posti dove desideravo andare? Volevo tornare a vedere le fortezze Hakka nel sud della Cina… ma non ero mai stato a Macchu Picchu. Avevo decine di dilemmi analoghi e la consapevolezza che avrei dovuto scegliere sapendo di rinunciare per sempre a qualcosa. E quanti libri avrei letto? Oh, sì, sono un lettore veloce e vorace, ma la sterminata quantità di libri che avevo sempre guardata indifferente davanti a me, arando la produzione editoriale a capriccio, ora mi sembrava un doloroso e perverso gioco della torre. Avrei dovuto scegliere, avrei dovuto rinunciare. Scegliere di rileggere i miei amati autori avrebbe significato rinunciare a leggere nuove proposte. O viceversa.
Riguardai la mia vita come un fragile cristallo da maneggiare con cura. I miei programmi erano diventate battute sarcastiche sulle labbra degli dei nei quali non credevo. Non potevo più scrivere, e scrivere, e scrivere come avevo fatto negli anni precedenti, semplicemente perché ormai avevo poco tempo per scrivere, e ogni riga, e ogni parola, significava rinunciare ad altre righe, ad altre parole. Non potevo più avanzare baldanzoso nella scrittura, come una nave fendighiaccio nel gelo della mia algida creatività. Non ne avevo più il tempo. Dovevo essere cauto. Scrivere solo parole memorabili, perché avevo ormai tempo per poche parole ancora. Scrivere un racconto era per me facilissimo, avevo un’ottima tecnica ma ora, che non avevo più tempo, non potevo buttarne via neanche un po’ per scrivere UN racconto. O scrivevo IL racconto o era meglio fermarsi. Meditare. Scavare. Pensare. Lasciarsi andare e setacciare quel che rimaneva dell’anima, per poi studiarne semioticamente lo sviluppo verbale… Poco tempo. Poco tempo. Per graffiare quel che rimaneva della vita.
Non ho più scritto nulla da quei giorni. L’epifania della mortalità mi ha fortunatamente schiacciato nella responsabilità dell’essere uno scrittore. Non posso sprecare più un verbo. Non posso dilapidare un aggettivo. Gli avverbi sono diventati preziosissimi… Non scrivo più. Non scriverò, credo, mai più…
Un racconto inedito (con foto) di Claudio Bezzi
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Calore. Latte. Buono. Calore. Sonno.
Fame. Latte…
Calore. Calore della mamma!
anche latte suo! buono!
altri che spingono. io voglio !
via tu! mamma mia no tua! latte buono mio
sonno…

Siamo molti! ma la mamma ha tanto latte, basta cercare e trovo una tetta anche per me. c’è sempre Whif che spinge per arrivare prima. sciocchino. fa sempre whif whif e spinge per arrivare alla tetta. poi resta lì e succhia e si addormenta così. poi c’è Wwff che invece mi monta sopra per prendere la mia tetta. mi viene addosso, fa wwff wwff, io faccio un saltino e lui prende la mia tetta. ma ce ne sono tante. la mamma ha tante tette e io prendo tutto il latte che voglio!
Enormissimo! il mondo è enormissimissimo! quando mi sono svegliata invece di andare dalla mamma ho zampettato dall’altra parte e mi è venuto il capogiro. Poi è arrivata quella… quella… grandemamma che cammina su due zampe, mi ha fatte tante carezzine bellebellebellissime, anche agli altri, anche alla mamma che l’ha leccata sulla zampa. che bello, questa grandemamma non ha il latte ma fa le carezzine. la prossima volta anch’io le lecco la zampa! dopo avere visto quel mondo enormissimo sono tornata subito dalla mia mamma però. mi piace dormire appiccicata a lei.

Macché! non avevo capito niente. c’è un dentro e un FUORI! la mamma io e i miei fratellini stiamo dentro con la grandemamma. Ed è un posto straordinario calduccio colorato profumato che quando la grandemamma si preparara la pappa – lei non prende il latte, certo, è una grandemamma! – sento odorini stranistrani e buonibuoni. ma io prendo solo il latte della mamma. e poi c’è il fuori enormissimissimo strabiliante con un niente meraviglioso sopra tutto blu con sbuffetti bianchi e con cose altissime più della grandemamma con sopra animalini CHE VOLANO!

Oggi è successa una cosa nuovissima. stavo giocando alla lotta con Buck e lui faceva buck buck perché io vincevo, vinco sempre con lui. si è sentito un gran rumore e la grandemamma ha fatto entrare UN’ALTRA GRANDEMAMMA! questa era più bassetta ma sempre enormissima, guardava la mamma e noi cuccioli, sorrideva e ci accarezzava. io le ho dato subito una leccatina sulla zampa e lei ha fatto quel buffo verso che fa anche la mia grandemamma quando è contenta con noi. a questo punto la mia grandemamma mi ha preso, mi ha fatto uno schiocco con la bocca come fa spesso e mi ha messo fra le zampe di quest’altra grandemamma. che mi ha ficcato in un posto puzzolente piccolo brutto e tanto tanto rumoroso, si muoveva tutto, io c’avevo un po’ di paura ma se la grandemamma era d’accordo andava bene così e a un certo punto, dopo un bel po’, tutto questo bruttobrutto è finito la nuova grandemamma mi ha portato in un postofuori nuovo. non c’era la mia mamma. non c’erano i fratellini. non c’era la grandemamma. il postofuori era bello, più dell’altro, ma io non sapevo cosa fare e mi sentivo triste. quando tornavo dalla mia mamma?
Allora ormai è chiaro. dalla mamma non mi riportano. qui è un posto quasi uguale, con un dentro bello colorato e profumato e un fuori grande con tanti alberi, uccellini, cespuglietti carini dove rotolarsi, foglie colorate, angolini dove nascondersi. c’è la nuova grandemamma che mi ha preso e poi c’è un altro, più grosso, che quando mi ha visto la prima volta mi ha fatte tante tante carezze e tantissimi schiocchetti con la bocca e sta sempre a giocare con me sia nel dentro che nel fuori. è una specie di grandemamma col vocione e i peli in faccia, mi tiene sempre in braccio mi dà la pappadura che mangiavo anche prima e sono contenta.

Ho capito! Maya sono io! Loro dicono “Maya iei iì!” e vuole dire che vogliono che vada vicino a loro. Oppure dicono “Maya ooOOO!” e significa che ho fato un pasticcio. Mayamayamaya. Sono Maya. Il grandebabbo – non è una grandemamma ma le somiglia molto – mi porta tutti i giorni lontano, in un fuorifuori enormissimo con tantissimi profumi fantastici, grandemamme e grandibabbi che corrono, e un posticino solo per noi con tanti cagnetti. I miei fratellini non ci sono, ci sono dei cani grossi, all’inizio avevo un po’ paura ma ho delle amichette fan-ta-stiche! La Sally soprattutto come mi piace fare la lotta e correre con lei!

Il grandebabbo sta sempre con me. Fa tantissimi versi, li fa proprio a me; qualche volta lo capisco e qualche volta no. Mi porta nel fuorifuorilontano e camminiamo tanto, poi mi fa correre un pochino con altri cani, poi torniamo a casa, mi dà la pappadura e qualche volta anche le cose buonissimissime che mangia lui e la nuovagrandemamma.

Poi giochiamo a tirare la corda, giochiamo alla pallina che rimbalza, giochiamo a rincorrerci… Mi piace giocare col grandebabbo!
E’ stato bellissimo. Da tanto tempo sto qui ma non avevo mai vista questa cosa biancabianca freddissima che ha riempito tutto il nostro fuori.

C’ho giocato tutto il giorno mentre il grandebabbo e la grandemamma ridevano e giocavano con me. Brrr che freddobellobello. Mmh che bel fuori e che bel dentro, che buon profumo, che bel branco con grandemamma e grandebabbo e gli uccellini, e i gatti dei vicini che gli corro dietro, e i cani dei vicini brutti cattivi mi fanno WUUOW WUUOW ogni volta che mi vedono, e la grandemamma, quella di prima, che mi è venuta a trovare, e la pappa buona, e il cuscinone dove dormo, e il grandebabbo che mi sta sempre vicino e gli voglio tanto bene e gli do le leccatine!
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
(Nella serata del 24 Novembre 2012 un gruppo di amici si è riunito in un casolare umbro per raccontarsi storie a tema gotico; questa è la storia narrata da me).
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Il libraio era piccolino, quasi calvo, con una testa a pera in cui alloggiavano occhialini che sovrastavano piccoli baffetti poco sviluppati su un viso quasi glabro, malgrado l’età. Stava leggendo la controversa Storia dei Templari di Wilkinson, un’edizione abbastanza rara ma ben conservata, appoggiato al suo banchetto d’angolo, sul lato opposto dell’ingresso della minuscola libreria. Minuscola davvero, pochi metri quadri stipati di scaffali stracolmi, dove i rari clienti potevano muoversi solo piegando il busto di tre quarti, sempre rischiando che qualche volume precipitasse su di loro. In quell’ora serale il libraio sedeva generalmente assorto su un qualche testo misterico, cabalistico, negromantico o massonico, ché in questo era specializzato. Vendeva anche testi di astrologia, chiromanzia ed erboristeria, ma si trattava di una concessione al pubblico ignorante. Stufo di sentirsi chiedere con stupore cose tipo “Ma un libro sull’amore dei Capricorno non ce l’ha?” aveva, non senza una certa vergogna per quella che considerava una concessione un po’ vile, ampliata la sua offerta con volumi dozzinali di proposito collocati nei primi scaffali davanti all’ingresso. La maggior parte dei clienti si accontentava. Una piccola parte invece saltava questa sezione e si addentrava nelle zone più interne, dove i volumi avevano titoli strani, poco comprensibili ai più.
Leggeva insomma, il libraio, alla luce di una piccola lampada in quel tardo Autunno cittadino, e annotava mentalmente le argomentazioni di Wilkinson che non lo convincevano molto.
Stava ragionando sulla nota ipotesi di quell’Autore sul Santo Graal, dissentendo risolutamente fra sé e sé, quando sentì le campane di San Guido battere otto rintocchi.
Il primo rintocco attirò la sua attenzione. Al secondo chiudeva il libro prendendo nota della pagina alla quale era arrivato. Non era risuonato l’ottavo che aveva agevolmente attraversato la piccola libreria portandosi sulla strada. Uno sguardo circolare sulla viuzza dove pochi passanti si affrettavano per tornare a casa, poi portò dentro lo scaffaletto delle promozioni che teneva sulla soglia. Accostò la porta girando il cartello su “chiuso”, diede un giro di chiave e tornò al suo banchetto per riprendere la lettura del Wilkinson.
Passarono alcuni minuti e qualcuno bussò al vetro della porta. Il libraio andò ad aprire: “Mi dispiace signore, abbiamo chiuso da poco…”.
L’uomo sulla strada era massiccio, anche se non proprio alto. Vestiva pesante, con una sciarpa sul volto e un cappello a larghe tese. In ombra non si vedeva molto del suo viso: “Mi manda il Maestro”.
Il libraio lo scrutò, rispondendo come convenuto: “Non conosco il Maestro”. “Nessuno può conoscerlo”, replicò l’uomo. Il libraio fece un passo indietro e l’uomo entrò. La porta venne richiusa e una tenda pesante fu fatta scorrere per coprire la vetrata.
“Si accomodi”, fece il libraio indicando una piccola poltroncina scrostata davanti al suo banco.
“In cosa posso servirla?”
L’uomo gettò un’occhiata veloce al piccolo ambiente e ai libri polverosi. “Lei lo sa”.
“Cosa dovrei sapere?”
“Non giochi con me, la prego. Lei sa chi sono. Mi ha fatto avvertire. Voglio il libro.”
“Mi perdoni signore se insisto. Io, come sa, vendo libri… come dire? Particolari. E ho clienti molto esigenti che mi impongono una serietà estrema. Lei deve prima mostrarmi qualcosa, credo”.
“Già – fece l’uomo pensoso – mi ero completamente dimenticato. Lei vuole questo immagino” disse, mettendo sul banco una vecchia carta della Torre della serie Visconti Sforza. “Ah! – esclamò il libraio – carta pregevole, vero?”. “Non saprei, non mi occupo di queste cose. Allora, le formalità sono espletate? E’ soddisfatto?”
Il libraio prese la carta e la ripose in un cassettino. “Sì signore. Soddisfattissimo. La prego di aspettare qui qualche istante.” Aprì quindi una porticina poco visibile e sparì per qualche minuto; solo qualche fruscìo rompeva il silenzio. L’uomo restava immobile sulla sua poltrona. San Guido fece un singolo rintocco, per segnare la mezz’ora, e in quel mentre il libraio ricomparve. Posò sul banco un involto non particolarmente ingombrante, damascato ma coi colori spenti dati dal tempo e con qualche visibile strappo. L’uomo era sempre immobile, ma ora pareva vibrasse, che stentasse a contenere l’eccitazione. I suoi occhi erano lucidi, sbarrati, fissi sull’oggetto. “È lui, vero? Permette?” disse alzando lentamente la mano. “Prego, si accomodi”.
L’uomo si alzò in piedi e lentamente aprì il panno damascato in modo da liberarne il contenuto. “Lei non sa…” iniziò a dire con voce tremante “lei non può capire… Sono quasi vent’anni che lo cerco… È proprio lui, vero?” Il libraio non si prese la pena di rispondere, non era necessario. Aveva già visto scene simili molte volte e sapeva fare bene il suo lavoro; non c’era nulla da dire e, anzi, si spostò un altro po’ dall’uomo come per dargli più aria, più spazio per la sua eccitazione.
L’uomo sfiorò coi polpastrelli il piccolo volume, senza decidersi ad aprirlo. “Lei sa cos’è?” chiese ora con voce ferma, sempre fissando il libro, “sa cos’è veramente questo libro?”. “Signore, non crederà che possa gestire una libreria esoterica come questa senza sapere cosa io venda. Veramente”.
“Lei sa cos’è e lo vende?”
“Faccio il libraio per vivere; lei paga bene”.
“No. Ci deve essere qualcos’altro. Forse lei non sa realmente cos’è questo…”
“Il Libro Nero. Secondo Thibaut de Champagne fu iniziato da Giovanni di Salisbury quando era già vescovo di Chartres, poco prima di morire, nel 1180. Pare che nel suo testamento lo menzioni come ‘il mio piccolo quaderno di devozioni’…”
“Mi risparmi la lezione storica. Le sa cos’è o non lo sa?”
“E’ il libro dei nomi di Dio. E’ la compilazione di tutti i nomi di Dio, sue attribuzioni e proprietà. E’ scritto in lingua d’oc e dialetti francesi, latino, greco, ebraico naturalmente e innumerevoli altre lingue incluso l’italiano. A partire da Giovanni di Salisbury decine e decine di catari, dolciniani, begardi hanno trascritto i nomi di Dio, ma si ha nota anche di spinoziani e altri ebrei… Per secoli questi confratelli hanno cercato i nomi di Dio e li hanno scritti in questo quaderno, uno sull’altro, continuamente, per confondere i loro persecutori. La scrittura si è sovrapposta in maniera inestricabile, in un groviglio sempre più fitto che ha annerito le pagine rendendole illeggibili. Secondo Johannes Quasten i nomi sono 5.185. Ovvero i 72 prescritti dalla Cabala per 72 volte. Più uno, quello fondamentale che li rappresenta tutti.”
“Lei è un erudito, indubbiamente…” disse con un filo di voce l’uomo. “Immagino allora che sappia a cosa serva, e ripeto che non capisco perché lo voglia vendere. Il potere del libro è… è… come posso dire… totale. Inconcepibile. Assoluto”.
“Signore, un conto è che io conosca queste cose e un altro conto è che io le creda. E in ogni caso il libro è inservibile. Semplici pagine nere, un arabesco continuo e intrecciato totalmente incomprensibile…”
“Mmh… Può darsi. Lei è un personaggio singolare. Ero stato informato. Lei mi ha reso un enorme servigio. Un servigio senza prezzo. Spero comunque che questo sia soddisfacente per lei”.
Il libraio gettò un breve sguardo all’assegno. “Certo, va benissimo. Io la ringrazio caro signore. Spero che lei trovi veramente quello che va cercando”.
***
L’uomo abitava in altra città e impiegò diverse ore per tornare a casa, in un crescente stato di eccitazione febbrile. Aveva riposto il volume, avvolto nel suo damasco, in una valigetta con chiusura di sicurezza a sei cifre tenuta nel sedile accanto a quello di guida. Senza fare alcuna sosta arrivò con la sua macchina alla villa che possedeva in riva a uno dei laghi più belli della regione. Era tardo pomeriggio e il sole era già sceso dietro le alte montagne lasciando solo pallidi riflessi a un’altra giornata morente. Il cancello si chiuse dietro di lui. Fermò la macchina davanti all’ingresso dal quale uscì un anziano malfermo.
“Augusto, fammi portare una cena leggera nello studio. E dì ad Annita che porti anche qualche coperta perché dormirò lì. Per il resto: nessuna visita, nessuna telefonata, nessuno mi disturbi”.
L’uomo non aspettò risposta e si diresse ad ampie falcate nell’ingresso della villa, dove posò malamente il soprabito su un divano e poi, stringendo la valigetta, arrivò nello studio. Si chiuse a chiave. Posò la valigetta su un tavolino, l’aprì, gettò il damasco e impugnò il libro con due mani.
“Vent’anni. E ora sei mio. Il libraio è erudito ma stolto, non capisce che oggi è facile svelare i tuoi segreti.”
L’uomo alzò lo sguardo sul macchinario che aveva sul grande tavolo della parete di destra. Era una sofisticata evoluzione di uno scanner, tutto sommato. L’aveva immaginata lui, e poi fatta progettare e costruire – senza svelarne gli scopi ovviamente – ad informatici differenti. L’apparecchio compiva sostanzialmente tre analisi sulle pagine di qualunque testo. Una prima era chimica. Gli inchiostri antichi si potevano riconoscere dalla loro composizione. Da quelli basati sulla fuliggine prodotta da conifere, per passare poi a quelli con acido tannico di origine vegetale, poi quelli con componenti di acido ossalico per consentire l’uso con penne stilografiche… la chimica dell’inchiostro rivelava chiaramente l’epoca della scrittura ed era facilmente identificabile senza esami eccessivamente intrusivi sul prezioso manoscritto. La seconda analisi era spettrografica; anche se gli inchiostri erano essenzialmente neri, l’esame dello spettro rivelava con precisione incredibile le piccole differenze di tono non percepibili ad occhio nudo. Con questi primi due esami l’uomo contava di “dividere” le molteplici sovrapposizioni di scrittura, di isolare ogni tratto dall’intrico di sovrapposizioni. E per le parti logorate dal tempo o diversamente non ben distinguibili, il terzo esame, quello grafico-topologico, ovvero la ricostruzione delle linee e delle forme, avrebbe consentito le ultime cuciture, l’imbastitura delle lacune, la giunzione dei frammenti.
Il libro nero era, in realtà, un quaderno fittamente scarabocchiato da centinaia di devoti, chierici, rabbini, mistici, eretici, massoni, ciascuno alla ricerca dei nomi di Dio, ciascuno desideroso di aggiungere, di suo pugno, un nuovo nome, avvicinandosi alla conclusione dell’impresa. A un certo punto l’intricato geroglifico deve avere spento la ricerca originaria, confuse le menti degli ultimi scriba che aggiungevano inchiostro nero a inchiostri neri, senza più sapere quali nomi vi fossero già scritti, quali mancassero ancora…
Secondo Jeremy Browne, allievo di Castaneda, i nomi c’erano già tutti da tempo. Browne ammette di non avere mai visto il Libro Nero, ma cita numerosi convincenti indizi a supporto della sua tesi.
E ora il Libro Nero era lì, e l’uomo avrebbe presto conosciuto la verità.
Senti bussare e andò ad aprire. Era Annita col vassoio della cena. “Posalo là”, fece l’uomo con una certa ruvidezza. “E ricorda ad Augusto che nessuno deve disturbarmi. Va’ ora”.
La cena non interessava minimamente l’uomo che accese subito la macchina e introdusse il Libro Nero su un ripiano interno; appoggiò una superficie mobile sulla prima pagina aperta, avviò il programma e, mentre un impercettibile sibilo cercava di colmare il silenzio dello studio, l’uomo aprì il vassoio e sbocconcellò qualcosa, senza guardare, preso da pensieri vaghi, minacciosi, intrecciati come la scrittura del suo libro, neri come il suo inchiostro…
La triplice scansione prese qualche ora per ciascuna pagina. Il meccanismo emetteva un piccolo beep ogni volta che ne concludeva una, trovando l’uomo una volta immerso nelle sue fantasie, una volta addormentato sul divano vestito, quasi crollato per la stanchezza e la tensione. Passò tutta la notte, e il mattino dopo, il pomeriggio.
Bussarono. L’uomo non rispose nemmeno, lanciò il vassoio con quel che conteneva contro la porta e chi era dietro, Augusto probabilmente, silenziosamente se ne andò. Arrivò la sera, la notte, e l’ultimo beep avviò la riproduzione dei risultati sul monitor.
L’uomo si stirò. Era appisolato sulla poltrona accanto al camino spento. Un rivolo di bava si era seccata sulla guancia. Si stropicciò gli occhi. Non aveva fretta. Ormai non aveva più fretta.
Arrivò al monitor e si sedette. L’elenco dei nomi di Dio iniziò a comparire declamato dal vocalizzatore artificiale. Era orgoglioso di quella macchina; un capolavoro di software tutto per quest’operazione.
La macchina produsse il primo nome sul monitor, e il vocalizzatore lo scandì nel silenzio dello studio.
Il primo nome era il Caos primordiale, gelido vuoto eterno, BigBang, massa eterea, buio totale e luce abbacinante, velocità velocità velocità nel silenzio assurdo, freddo, magma, neutrini impazziti e protoni danzanti, raggi ultravioletti che schizzavano selvaggi e violenti, precipizio, caduta, schizzi di universo che si schiantavano l’uno sull’altro, e l’uomo sentì la sua mente vacillare in quel vorticare…
Il secondo nome uscì dalla splendida macchina ed era il puro Assoluto. L’assoluto vuoto, l’assoluto nulla, l’assoluto bianco, l’assoluto male e l’assoluto bene, l’assoluto significato delle cose che include tutti i significati e il loro contrario, l’assoluto godimento e l’assoluta sofferenza, e l’uomo si accasciò stremato e svuotato di ogni energia e di ogni volontà…
Il terzo nome uscì rambante ed esplose nei miliardi di suoni della Parola. Trilli, fischi, ragli, tuoni, sibili, urla, schianti, ruggiti, clangori, fragori, fruscii, schioppi, abbai, tonfi, gong, boati… tutti assieme, tutti distinti, tutti impercettibili, tutti insopportabili, e l’uomo assordato, annichilito, ormai paralizzato giaceva riverso con un rivolo di sangue dalle orecchie, coi timpani spezzati…
Ma non servivano più orecchie, e il quarto nome era Giudizio e arrivò diritto alla sua anima, trapassò il suo cuore, sconvolse le sue viscere, fuse il suo cervello in uno strazio inaudito dove le sue colpe, e la consapevolezza delle colpe, e l’irreversibilità eterna delle colpe, e il castigo ineluttabile per quelle colpe compirono l’ultimo atto per quello che fu un uomo e ora era solo un fantoccio di carne gettato sul pavimento…
Un fantoccio di carne che non poté più ascoltare l’elenco dei nomi, di tutti i nomi di Dio, che la macchina prodigiosa continuò a declamare per tutta la notte.
***
Il libraio sentì bussare e andò ad aprire: “Mi dispiace signore, abbiamo chiuso da poco…”.
L’uomo sulla strada era teso, nervoso, di una magrezza impressionante. Indossava un mantello a ruota, con una sciarpa rossa e il capo scoperto. “Mi manda il Maestro”, disse.
(25 Novembre 2012)
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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Era tardo pomeriggio quando tornò in paese. L’autobus si fermò in piazza, proprio davanti al Caffè Centrale. Lo sapeva. Sapeva che si fermava lì, e che essendo domenica il caffè era affollato, e che uno dei passatempi era guardare chi saliva e scendeva dall’autobus. Fidava, ma debolmente, sul fatto che erano passati tanti anni.
Tanti, madonna mia! Tanti, per la precisione… eh! Trentadue! No, trentatré. Trentatré… mezza vita, diciamolo… Mezza vita in un circo!
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Il Circo era meraviglioso. I trapezisti gli facevano girare la testa, e il Grande Wojciech… Oh! Il Grande Wojciech quando lanciava i suoi micidiali coltelli a Magdalena e i coltelli la sfioravano mentre girava sulla ruota, oh, mamma mia! Ma soprattutto Rudolf Kaiser, bellissimo, maschio, nella gabbia delle tigri… Per anni aveva tremato per lui e sudato per lui e festeggiato ogni volta la fine del suo numero con una sorsata della grappa di Errigo, il presentatore, finché un giorno non lo beccò mollandogli un ceffone che lo fece attraversare tutta la sala perché la grappa serviva a lui per continuare la presentazione, ché era depresso dopo che Cesira, in arte Magdalena, l’incantatrice di serpenti, l’aveva abbandonato per un ragioniere, un certo Battistoni di Cesena, e mica gli fregava di essere cornuto, ché troppe corna aveva messo lui a Cesira – e lo sapevano tutti al circo! – ma con un ragioniere, cazzo!, dai un ragioniere no…
Lasciarsi andare ai ricordi di gioventù era il suo passatempo preferito. Che altro, ormai? Questa sorta di epica giovanile lo sosteneva ancora… Lui che fuggiva, seguiva il circo, il vecchio proprietario e direttore che non lo voleva, si chiamava Gioseppe, con la “o”, burbero, coi baffoni, faceva tremare tutti, ma era poi buono come il pane con l’olio fatto in casa, come diceva la Susy, sua moglie, ex trapezista, aveva un cancro poveretta, morì poco dopo il suo arrivo e Gioseppe non si risposò più, anche se sentiva le solite malelingue dire che se la faceva con la Birky, giocoliera, ma era ancora minorenne, difficile che Gioseppe ci cascasse… boh?
E insomma aveva seguito il circo. Da ragazzino tuttofare preso a scappellotti da tutti a giovane addetto al magazzino, addetto al fieno dell’elefante e addetto all’acqua per tutti. Mannaggia, che culo si era fatto! Ma quando c’era lo spettacolo lui era lì, a vedere il Grande Wojciech che pugnalava Magdalena, Rudolf Kaiser che faceva l’amore con le sue tigri, la piccola Birky che lanciava sulle stelle le palle colorate. Lui c’era!
E quando Vito inciampò per la decima volta sulle scarpe troppo lunghe, e anziché ridere i bambini si misero a piangere perché dal naso spruzzava una fontana di sangue, Gioseppe gli disse “Domani fai tu il clown. Vito ormai non ce la fa più. Fatti insegnare”. Non era una proposta, e non era neppure un ordine, era una cosa così, tutta naturale, Vito aveva un’età, per non dire dell’alcol nel sangue, già non faceva molto ridere, ma tanto era solo per i siparietti fra un numero e l’altro, come quando c’erano da montare le gabbie per le tigri, clac clac clac si incastravano una nell’altra in pochi minuti ma la gente non poteva aspettare, specie i bambini, e così entravano i clown, che poi erano Vito, clown ufficiale, e qualche altro artista di secondo piano che si truccava e dava una mano facendo da spalla, facendo facce buffe, cose da poco… Ma il clown ufficiale era Vito, certo, non era un granché.
Fu così che iniziò. Vito non gli insegnò proprio nulla, era un altro depresso alcolista. Lui l’aveva visto centinaia di volte e sempre si era detto qui sbagli i tempi, quella battuta era da dire in un altro modo, insomma: un’idea di come fare il clown ce l’aveva già. Andò benino, Gioseppe non gli disse nulla e ciò significava grande successo. Un giorno Vito sparì, e lui era ormai il clown. Faceva i siparietti e si provò anche a fargli fare un vero e proprio numero ma non aveva spalle adeguate, la gente voleva le tigri, si capiva…
Il Clown. Era contento di essere lui il clown. Sì, non era il Grande Wojciech ma, insomma, lo applaudivano anche lui, un pochino; non aveva l’attrattiva di Rudolf Kaiser ma se n’era fatta una ragione, Rudolf era bellissimo e infilava la testa nelle tigri, però i bambini a volte si spaventavano invece con lui ridevano. Dai, andava abbastanza bene. Era al circo, lavorava al circo, mica faceva più il garzone, lui!
E per tanti anni aveva fatto il clown, in circhi diversi perché il pubblico calava e i circhi piccolini venivano assorbiti da quelli più grandi. Non aveva mai avuto particolari problemi, qualche volta aveva dei colleghi più simpatici, altre volte meno, ma lui era sempre il clown e faceva i siparietti. Aveva avuto una storia breve e frigida con Jenny Belly, la cavallerizza, ma poi lei si era messa con il segretario dell’impresario, in un circo più grande, quello di Gioseppe ormai non esisteva più. Una stronza. L’avevano capito tutti che s’era messa con quell’idiota solo per fare carriera, per avere un numero più lungo, proprio in mezzo allo show. Quale artista si metterebbe con un segretario, altrimenti? E poi anni dopo ci fu una storia un po’ più seria con la Maga Circe, che non lavorava proprio al circo ma aveva un suo gazebo in quella carovana che ormai era circo, giochi, indovini e tiri a segno, tutti assieme perché “ottimizzavano le spese”, che significava che potevano fare dei risparmi. La Maga Circe aveva cinque anni più di lui, era vedova, molto materna. Fu un buon periodo dopo tutto. Niente figli. Mai avuto figli, per quel che sapeva.
E, insomma, anche lui invecchiò, inciampò, e il circo era in ristrettezze, poi ormai lui era quasi pronto per la pensione, e a farla breve gli diedero il benservito, con cenetta circense a base di porkolt perché l’assistente dei trapezisti faceva anche il cuoco ed era ungherese, ma gli era scappato il cumino e non era venuto molto bene. Ma aveva tanti bei ricordi…
***
L’autobus frenò in mezzo alla piazza e lui scese in mezzo agli altri, tirando poi fuori dalla pancia del mezzo le sue due valige. C’era una vecchia zia che l’aspettava a casa e l’avrebbe ospitato. Trentatré anni. Non era mai tornato.
Dal Caffé Centrale decine di sguardi abbastanza distratti sui viaggiatori. Più o meno i soliti. Quella bonazza della Samantha. Don Gregorio che era andato dal vescovo. La maestra Cesarini, gran zitellona, tutte le domeniche partiva e tornava a beneficio dei benpensanti che s’erano fatti un’idea. E lui. Impacciato. In borghese, diciamo così, ché nessuno al circo si vestiva col doppiopetto e la cravatta. Si vedeva lontano un miglio che non era il suo abito usuale. Era a disagio. Capì che tutti lo guardavano. Capì che fra un istante…
- Cesare! Ma non è Cesare quello lì?
- Chi?
- Cesare, il nipote dell’Adalgisa, quello che scappò col circo, non ti ricordi?
- Ma dai, Cesarino? Ma và, pare proprio lui… Cesare!
- Cesare, Cesare!
Ecco. Era fritto. Ma lo sapeva già. In un paesino, un villaggetto, si conoscono tutti, proprio tutti! Era scappato per quello dopotutto. Inutile fingere. Fece qualche passo verso di loro. Aveva un vago ricordo di un paio di loro, senza ricordarne il nome; degli altri nulla… boh? Come si fa in questi casi? Si sorride, si risponde a tono, e intanto si cerca di capire chi cazzo sono.
Fece qualche altro passo, incominciando a pensare cosa dir loro. Il circo, certo… Gli avrebbero chiesto del circo… di cosa avesse fatto… Ripensò al Grande Wojciech… no, lui no. Janko il trapezista… mmh, no. Rudolf Kaiser, ecco! Gli avrebbe detto del circo come Rudolf Kaiser. Lo conosceva bene, benissimo. Aveva vissuto e sofferto con lui. Rudolf Kaiser. Non era male, come ritorno.
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Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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Soffriranno. Lui non lo sa.
Come nei sogni ogni essere crede di vivere nella realtà ma solo desto sa con certezza di vivere e poi ancora nel sonno si confonde, così lui crede di essere forte perché vive nel sogno. E io sono il suo sogno e mi lascio sognare e lui si crede forte perché non è realmente desto. Ma lei cambierà queste cose.
Lei è stata un errore. Necessario. Inevitabile. Lei è in sé la necessità e l’oblio. La vita e la morte. Non poteva che essere così. E quindi l’errore era necessario. Il mondo ha bisogno dell’errore perché la perfezione sarebbe solo sogno. E il sogno è oblio. E l’oblio è fine. E così creando la vita ho presupposto la morte, creando l’amore ho generato l’odio, creando la possibilità ho prodotto il rovesciamento delle cose. Questo è un errore nell’armonia del Creato. Questo è bene.
Loro soffriranno. Neanche lei lo sa. Lei vuole la vita e per questo l’ho creata. Lei sarà uno strumento di morte e questo è necessario.
Ora lei è pronta ma ancora non osa. Ha paura per lui. Intuisce senza comprenderle le conseguenze del suo gesto. Non può comprenderle perché le conseguenze sono proprie di un Creato imperfetto, e lei non lo ha ancora reso tale. Ma sente intimamente che ciò creerebbe discontinuità, rottura, crisi, movimento. Lei brama il movimento, non può farne a meno. Ma le occorre un elemento nuovo che le mostri la via, ché da sé non può trovare.
Ecco che io le manderò il Discontinuo che le mostrerà la via.
E ciò che accadrà sarà Bene.
E’ strana. L’ho capito subito. Ma adesso di più. Lei fa domande che non capisco. Lei chiede “perché gli uccelli fanno il nido, covano le uova…?”, oppure “perché prima c’è l’astro luminoso e poi scompare a occidente?”. Una volta mi ha chiesto “perché noi siamo qui?”. Io non so rispondere. Sono turbato. Io vedo il sole e godo del suo calore. Poi scompare e io dormo sotto il sambuco. E’ importante chiedere ‘perché?’. Io vedo gli uccelli deporre le uova e so che ne posso prendere uno per nido per mangiarle, lasciando le altre perché si dischiudano e nuovi uccelli possano popolare il cielo. Devo chiedermi ‘perché?’.
Però…
Però lei sta ingrossando. Lei è la Vita e mi è stata mandata per popolare il giardino. Da quando ho capito che nella sua pancia c’è un altro Uomo anche a me sono iniziati i dubbi. “Come sarà dopo?”. “Quale storia lo attende?”. “Sarà felice?”.
Ecco, è quest’ultima domanda che mi inquieta da un po’. Lui sarà felice? Ma io poi, lo sono? Non avevo mai pensato in questi termini, prima. Vivevo. Mi bastava. Ora mi pare che non possa bastare vivere, e che ci debba essere dell’altro. Ma non capisco bene cosa.
Lei sembra avere le idee più chiare. Capisco che mi vuole dire qualcosa, qualcosa di importante, e che fra un po’ romperà gli indugi…
Ecco la Vita. Ecco la fattrice, l’amore, il senso, la creazione, il risveglio. Ecco la morte e la sofferenza. Ecco la donna. Un Uomo è dentro di te e fra poco si sveglierà nel giardino, e tu hai dubbi e li trasmetti all’Uomo. Lo sai, e capisci che il dubbio è Vita e tu sei il dubbio. Perché aspetti? Tu vuoi capire ma hai paura di turbare l’Uomo. Eppure l’Uomo è pronto anche se non lo sa. Ma l’Uomo è affidato a te e tu devi compiere il gesto. Il Padre sa che bisogna farlo. Il Creato non sarà più lo stesso. Le stelle esploderanno, il Sole si consumerà, la Luna precipiterà e grandi sofferenze si annunciano per la tua discendenza. Tu lo sai. E sai che non c’è alternativa. Io sono Abaddon il Discontinuo e sono stato mandato per consolarti. Oh Vita infelice, cosa stai per fare! Oh Vita gioiosa, non indugiare oltre!
Ho agito. Nulla sarà più come prima. Il Creato è stato rivoltato e il seme della discontinuità ha germinato. Il figlio che è nel mio ventre sarà fragile ma desto. La mia progenie sarà fiera e dannata, maledetta e sublime. Così ho scelto. Così mi ha spronata il Discontinuo. Così era necessario al Padre. L’Uomo al mio fianco mi guarda; sorride pallido ma la paura vela il suo sguardo. Sa che non torneremo mai più indietro. Ora vede il giardino per quello che è realmente, guarda le fiere e le teme, ha fame e non sa come saziarsi. Ha paura, ma anche lui è sollevato. Il velo della stolida serenità si è sollevato e con esso il sogno, l’oblio e la mancanza di desiderio.
Ora si pone domande.
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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- Sì?
- Buongiorno sono Rosi, ho un…
- Parli più forte per favore!
- Sì. (Con voce più alta) Dicevo: sono Rosi, ho un appuntamento col Maestro.
- Mmmh, si accomodi. (Lo fa entrare) Fermo. Aspetti. Non tocchi niente. (Esce e poco dopo rientra)
- Mi segua. (La governante col giovane Autore segue il corridoio fino allo studio del Maestro)
- Ninì, ricorda le gocce. Più tardi ti porto la tisana. (La governante esce)
- Buongiorno Maestro…
- Rosi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
- Sì Maestro.
- Mm-mh. E mi dica Rosi, starà lì impalato tutto il pomeriggio o prima o poi si metterà seduto?
- Oh, beh… sì certo, qui va bene?
- Se va bene a lei… Allora vediamo… (armeggia col Mac portatile sulla scrivania) lei mi ha scritto diciotto… no: diciannove email nell’arco di tre mesi, facendomi intendere che mi avrebbe asfissiato a morte se non l’avessi ricevuta; bene. Adesso l’ho ricevuta. (Il Maestro tace guardando fisso il giovane Autore).
- Oh, io la ringrazio tantissimo…
- M-mh.
- … no no, la ringrazio proprio perché, vede, per uno come me che aspira a produrre qualcosa di significativo in campo artistico…
- Perché?
- … beh, ma perché l’arte è vita, è espressione dell’anima, è… come posso dire…
- Se non lo sa lei!
- … sì, voglio dire, io vivo di poesia, non potrei farne proprio a meno, e credo molto nella funzione del poeta nella nostra società…
- Oh mamma mia! Ma si accorge che parla per cliché? Lei sa cos’è un cliché, vero? No, non risponda. (Resta in silenzio qualche istante). Quanti anni ha?
- Io? ventotto.
- E cosa fa nella vita?
- Io? sono dipendente pubblico.
- M-mh. E mi dica: quando è solo in una stanza con un’altra persona, e costui le fa una domanda, lei esordisce sempre con “Io”?
- Io? voglio dire… Maestro mi deve scusare, è che per me l’emozione è veramente forte. Mi rendo conto di fare la figura dello sciocco… Credevo di avere le idee chiare ma adesso, qui davanti a lei…
- M-mh… Va bene, ricominciamo daccapo. Lei ama la poesia e crede nel ruolo sociale di questa forma d’arte. Dico bene?
- Sì Maestro.
- Ed evidentemente non si accorge che dice una fesseria. Lei conosce Montale?
- Montale? Beh, sì, l’ho letto.
- Leggere non significa conoscere. E comunque conoscere non significa capire. Bene, Montale già negli Ossi di seppia, mi pare in “Non chiederci la parola”, ma potrei confondermi, insomma già lui, allora, capiva che questo ruolo sociale del poeta è una fregnaccia. Mi capisce?
- Sì Maestro.
- No, lei non capisce. Lei ascolta, certo, e domani a cena coi suoi amici farà sua questa mia affermazione. Forse rileggerà anche Ossi di seppia, e almeno questa è una cosa buona, ma lei non può veramente capire. (Resta in silenzio qualche istante). Vede Rosi, io ho quasi settant’anni; scrivo poesie che nessuno legge da almeno cinquanta. Oh, all’inizio quanto ci rimanevo male! Avevo delle spettacolari recensioni da poeti veri, capisce? Io ho conosciuto Montale, e lui parlava bene di me… E il grande Sandro Penna, uomo magnifico nella sua tristezza del mondo, lui ha scritto anche la presentazione a un mio volume…
- Il faro della laguna…
- Si è preparato a quanto pare… Il faro nella laguna, non “della”, fu l’opera che mi aprì le porte alla notorietà, quella del poeta… Lei lo sa in cosa consiste la notorietà del poeta?
- Mah…
- Lasci perdere, glie lo dico io: consiste nel fatto che a un certo punto scrivono di te nei supplementi letterari dei quotidiani più importanti, fai qualche lezione in prestigiosi atenei e non devi più pubblicarti i libri a tue spese. Prima eri “un poeta”, poi diventi “il Poeta”, e se perseveri diventi “il Maestro”. E sa cosa cambia? Che guadagni soldi senza vendere una sola poesia; scrivi come recensore letterario, fai traduzioni, fai conferenze, introduci qualche volume altrui…
- Mi è piaciuta molto la sua introduzione al volume del Peschieri…
- “Del Peschieri”? ma come parla… (lo guarda con atteggiamento di pena). Lei sa cosa diceva Flaubert dell’introduzione? “Vocabolo osceno” (ridacchia), capito il vecchio satiro che giochini di parole stupidi faceva? Ma lui era Flaubert! (Aggrotta la fronte pensoso). Ho perso il filo… Cosa stavo dicendo?
- Mi parlava del diventar poeti, dell’affermazione pubblica del poeta…
- Ah sì. Insomma, a quel punto tu continui a scrivere poesie che nessuno legge, ma intanto tutti sanno che sei bravo, importante, e ti pagano per firmare altre cose, oh certo! sempre in ambito letterario, ci mancherebbe! Ecco, la funzione del poeta oggi è una grandissima baggianata. Non c’è. Punto.
- Ma, scusi Maestro, se posso permettermi… Lei però continua a scrivere le sue poesie…
- Sì ma sono per me. Capisce? Io ho bisogno di scrivere. Scrivo in un certo modo che si chiama ‘poesia’, mi piace. Mi gratifica. Penso di essere molto bravo e mi piaccio. Poi le mando a mezza dozzina di poeti più o meno nelle mie condizioni, cioè che hanno un minimo di significato artistico, che mi rispondono estasiati facendomi mille deliziosi complimenti e allegandomi le loro ultime produzioni poetiche. Io le leggo, mi sembrano schifezze ma scrivo loro che senso di lievità mi hanno prodotto, oppure se sono poesie tragiche che empatico afflato di tragedia, oppure qualche altra corbelleria che li renderà lieti del mio illuminato parere. Intanto gli editori mi pagano per altre cose e io posso permettermi questa casa, la governante, i miei piccoli vizi… (Entra la governante senza bussare) Eccola, nomini il diavolo…
- Ninì, l’hai presa la pillola? Mandala giù con la tisana, te la metto qui. (Esce).
- E qui lei ha appena visto un altro aspetto della vita del Poeta… Famoso e celebrato nelle antologie per le scuole medie, con una governante che lo chiama Ninì… guai a lei se se lo lascia scappare con qualcuno…
- No no, Maestro, ci mancherebbe, e poi…
- E poi cosa? E poi cosa… (per un attimo il suo sguardo sembra perso). Bene. Direi che la conversazione col grande Maestro l’ha avuta, giusto? Adesso possiamo arrivare al sodo perché, ci scommetto, lei intende sottopormi una sua opera. E’ così? O addirittura sono più d’una, mio dio…
- No no, Maestro… Cioè, sì, ne ho una e mi piacerebbe condividerla con lei, avere un suo giudizio ecco, per migliorarmi…
- Già. Allora facciamo così, tanto per giocare un po’ fra noi. Io prima le do il mio giudizio, e poi accetterò che lei mi legga la sua poesia. E’ d’accordo?
- Ma… non capisco… Prima mi dà il giudizio? E su quale base…
- Niente da fare. Le spiegazioni non sono richieste né ammesse. Lei mi ha intasato la posta elettronica di email ruffiane e complimentose per farsi invitare qui. Bene, lei è qui. Voleva parlare con me? Bene, abbiamo parlato. Già questo le basta per gratificarsi i prossimi tre o quattro anni e per dedicargli un capitolo apposito nelle sue future memorie. Adesso siamo alla fine e lei mi vuole leggere la sua poesia, e le ho detto che l’ascolterò se accetta il mio giudizio ex ante. Non ci giri tanto attorno e dica semplicemente “sì”, visto che muore dalla voglia.
- Sì sì, Maestro, ma si figuri… va benissimo.
- Bene, allora questo è il mio giudizio. La sua poesia è pessima. E’ poco più di un tardivo esercizio adolescenziale, pieno di boriosi cliché di cui lei si nutre inconsapevole. Figure retoriche trite, banali, scopiazzate da letture frettolose e superficiali che ritiene facciano di lei un lettore raffinato, mentre sono solo l’ammonticchiata falsa erudizione di un autodidatta, come quello della Nausea di Sartre che lei non conoscerà…
- Ma sì, ho letto La nausea…
- Silenzio! Non mi interrompa! Se ha letto Sartre ha compiuto uno sforzo eccessivo per lei, le consiglio vivamente di non riprovarci. Lei ha scritto email corrette sintatticamente ma tremendamente vuote, prive di calore, prive di passione se non della sua presunzione piccolo borghese, ed è venuto da me, è venuto da me! per leggermi una sua poesia che se non sarà in rima baciata dovrò ritenermi fortunato. Lei mi viene a cianciare del ruolo del poeta nella società moderna; ma cosa ne sa? Cos’ha detto che fa per vivere… l’impiegato, giusto? (il giovane Autore annuisce, con la testa bassa), e non crede che abbia una maggiore funzione sociale lei, con le scartoffie di cui si occupa, piuttosto che venire qui a lusingare se stesso con l’ambizione poetica? Faccia l’impiegato, anzi: si licenzi e vada a fare il cameriere, che ce n’è più bisogno, o meglio l’idraulico, ecco. Questo penso della sua poesia. E adesso sarò lieto di sentirgliela declamare.
- Ma, Maestro (il giovane Autore fatica a parlare), io… a me dispiace che lei mi dica così… insomma… bastava rispondere alle email dicendo che lei non era disponibile… io… lei non mi ha neppure ascoltato…
- La sto ascoltando ora. Smetta di piagnucolare e legga la sua “poesia”, erano questi i patti, no?
- Sì, ma…
- Iniziamo dal titolo. Come si intitola il suo capolavoro?
- Luminosi i mattini erano un tempo…
- (il Maestro lo imita sarcastico ridacchiando) “Luminosi i mattini erano un tempo”, ah ah… bella figura retorica, davvero! Lo sa almeno come si chiama?
- Non capisco…
- Oh dio mio, lei è un po’ tardo, lo sa? La sua poesia si intitola “Luminosi i mattini erano un tempo”, giusto?
- Sì…
- Ebbene lei con sua moglie – perché ce l’avrà una moglie, naturalmente! – non parla mica così. Lei direbbe “Ciao amore, ti ricordi? Un tempo i mattini erano luminosi, come sono diventati bui!”. In italiano si usa soggetto verbo e complemento: i mattini, erano, luminosi. Lei invece mi propone un’inversione di parole: luminosi, i mattini, erano un tempo. Bello! Come si chiama questa figura retorica, lo sa o non lo sa? Si chiama anastrofe, e va usata con cautela. Il mio vecchio amico e maestro Saba le usava, ma lui era Saba… Vada avanti!
- Maestro… Maestro no, non andrò avanti…
- Mmh?
- Ho capito benissimo di aver fatto male a venire. L’ho disturbata certamente…
- Bravo!
- …e non era mia intenzione. Ho capito la lezione che mi ha data…
- Mmh?
- … ma sì, ho capito, ho capito. Forse non conoscevo l’anarofe…
- Anastrofe! A-Na-Stro-Fe!
- L’anastrofe, va bene… Devo studiare di più. Devo presumere di meno…
- Fa progressi…
- Però mi permetta di dirle…
- Ahi ahi, ferma lì, prima di dire cose spiacevoli che poi sarebbe impossibile ritrattare!
- Oh insomma!
- Ma sì, lei è offeso e risentito, lo so. (Il giovane Autore fa come per parlare). No no, mi lasci dire. Lei aveva fatte delle fantasie: lei giovane e sconosciuto autore di grandi opere d’arte viene dal vecchio e celebrato poeta, gli legge la sua bellissima poesia sui mattini luminosi che tanto sarà piaciuta alla mogliettina, il vecchio poeta si commuove e vede il lei l’erede unico della sua musa. Abbandona il grigio impiego pubblico, diventa celeberrimo, ricco, vince il Nobel…
- (Il giovane Autore si alza) Grazie comunque. Io vado.
- Lei se ne va? Ma sì, è meglio. Vada a scrivere qualche altro capolavoro. E mentre esce dica all’Ernestina che la tisana si è freddata, che ne faccia un’altra. E non sbatta la porta!
(Il giovane Autore esce. Il Maestro chiude l’alzata del computer e si aggiusta sulla poltrona. Per qualche minuto si sente solo il sommesso ticchettio di un orologio e, in lontananza, il giovane Autore che saluta la governante, e la porta che si chiude dietro di lui. Passa qualche altro minuto di assoluto silenzio.)
- (Il Maestro sembra destarsi dal groviglio dei suoi pensieri) Ernestina! (grida) Ernestinaa, la tisanaa!
(Il giovane Autore esce dallo studio del Maestro e scende a piedi le scale).
- (Fra sé) Ma che stronzo, che stronzo, chestronzochestronzo. (Grida) STRONZO! (Fra sé) Ma tu guarda che vecchio stronzo e io maestro qui maestro là… maestro un cazzo… (Sibila) stronzo proprio… per ‘ste quattro cazzate che ha scritto ma chi cazzo è poi? Ma dico io… vecchio imbecille stronzo mavaffanculo testa di cazzo maestro dei miei coglioni… Ma come s’apre ‘sto portone del cazzo non c’è un pulsante? (grida) Stronzo! Anche il portone c’hai stronzo! (Piano, trovando il pulsante di apertura) Ah, ecco… (Preme l’interruttore, apre il portone ed esce. Il giovane Autore parla fra sé a bassa voce) Che stronzo… ma poi mi ha chiamato lui (gli fa in verso imitando la voce nasale) “lei ha scritto diciotto email, no sono diciannove e mi stava asfissiando” l’imbecille! Ma vaffanculo non mi rispondi, mi metti nello spam ed è finita lì. Ma che cazzo sa lui di come si banna qualcuno, vecchio bacucco di merda (Grida) Sei una merda! (qualcuno lo guarda, lui continua a bassa voce) un pezzo di merda sei, l’anastrofe del cazzo ma chi se l’è inculata mai l’anastrofe mi vieni a fare l’erudito di merda, deficiente te e chi ha inventato l’anastrofe, ma vaffanculo mica ho fatto il Classico io, che cazzo c’entra con la mia poesia? No, dico: se non conosci l’anastronza non puoi scrivere, non puoi avere sentimenti? “Vada a fare il cameriere…”. Ma vacci tu cretino demente rincitrullito, “il mio maestro Saba, Montale mi voleva bene”, e quell’altro chi era… Penna! Ma rivà a rifare in culo (grida) BASTARDO!
(Il Maestro è adagiato sulla poltrona pensoso; entra la governante)
- Hai bisogno di qualcosa Ninì?
- La tisana; questa s’è freddata. Non te l’ha detto il giovanotto?
- No, a me i giovanotti non dicono mai nulla. Escono scuri in volto e scappano via.
- (Ridacchiando) Eh già, eh già già…
- Ma Ninì, non è bello, poverini…
- Poverini? Poverinii? Ernestina, vammi a fare la tisana e non t’impicciare di cose che non capisci! E non chiamarmi Ninì di fronte a estranei. Non chiamarmi Ninì e basta, chiamami Maestro, accidenti!
- (La governante esce lentamente dallo studio) Ma sì, ma sì, una bella tisana calda così ti calmi…
- (Il maestro, sempre sulla sua poltrona; ha un’espressione soddisfatta) Certo che quella dell’anastrofe mi è venuta proprio bene. Che faccia! Me l’ha servita su un piatto d’oro… Com’era, mannaggia… Ah sì, Luminosi i mattini erano un tempo… hihihi… Luminosi i mattini… (ridacchia sommessamente) ahaha, che imbecille!
Il giorno dopo.
(Il giovane Autore imbronciato sul divano; accanto a lui la moglie, trepida).
- Ascolta Roberto, quello è un vecchio stronzo. Neanche l’ha ascoltata, o letta, la tua poesia, che ne può sapere? E poi a me è piaciuta moltissimo, è così dolce, così sensibile…
- Ma sì, ma sì…
- Eddai, c’hai un muso… La devi superare questa storia. Anche i tuoi amici hanno detto che è una bella poesia, no?
- Insomma Adelina, possiamo chiuderla qui? Ma ti pare che i commenti dei miei amici contino qualcosa?
- E il mio?
- Ma Adelina, dai… (si alza di scatto, sembra voler andarsene, si risiede) Adelina, tu sei mia moglie, ti voglio tanto bene ma fai la contabile; quello è da anni in procinto di vincere il Nobel, e se non muore prima se lo becca. Adesso, scusa, non mi fare la filippica della poesia che piace a te, doveva piacere a quello stronzo di merda!
- Senti Roberto (gli afferra bruscamente un polso), parlo seriamente. Non sono mica scema, l’ho capito che ti premeva il parere del grande, vecchio, saggio, quasi-premio-nobel, e invece ti devi accontentare del parere mio. Io non sono una poetessa, non ho scritto mai nulla ma so quanto costano le fettine di maiale al chilo; so come fare un itinerario su Google, come fare la valigia con criterio…
- Ma dai, che c’entra?
- (Un po’ alterata) Che c’entra? C’entra che il tuo Maestro non ne sa nulla di queste cose! C’entra che io mi diverto ad andare al cinema con te e amo i film con Bruce Willis, e il tuo maestro non sa neppure chi sia. C’entra che ho dei suoceri simpatici e un po’ rompicoglioni che ogni tanto ci fanno litigare ma che so mi vogliono bene, e lui non ha nessuno. C’entra che mi piace fare l’amore con te e quando sei in giro per lavoro mi sembra di diventare matta mentre quello, il grande poeta, il Maestro, è solo come un cane con la sua boria, la sua presunzione, la sua solitudine e la sua vecchiaia… E guarda Roberto, se non capisci la differenza, sei veramente uno stupido!
- (Il giovane Autore si scioglie un po’, il viso gli si stende, ha l’occhio un po’ umido) Adelina… (la bacia sulla guancia)
- Sì, va bene… Adelina. Adelina e Roberto, e i tuoi genitori e amici, e i miei. E andare a spasso con loro, e fare i conti a fine mese, e preoccuparsi quando si sta male. E’ poesia? No? Allora sai cosa ti dico? Che è meglio della poesia (si infiamma parlando) perché è vita vera… C’è più poesia quando mi lavi la schiena che nelle rime del Maestro, se riesci a capirlo.
- (Il giovane Autore sorride un po’) Adelina sì, ho capito. Posso dire che sono due cose diverse? Mi credi se dico che ho capito, ma che sono due cose diverse, e che tu sei la più grande fortuna della mia vita? Dai, andiamo a preparare la cena!
(Il Maestro è nel suo studio; sta rileggendo le Lettere a un giovane poeta di Rilke quando entra la governante introducendo un giovanotto impacciato. La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Anselmi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
(23 Settembre 2012)
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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Le chiavi ce l’ho fazzoletti soldipochi solo cinquemilalire porcavacca devono bastare, vediamo… benzina mille lire ingresso mille birretta duecento se ho fame panino e seconda birretta sì mi c’avanzano pure non mi manca niente sono fighissimo e se va come dico io… adesso saluto mamma e vado e vado E VADOO! fammi sentire l’alito… [hhh] boh mi pare a posto vabbé posso andare ciao mamma io vado no non rompere non so quando torno dài che palle ma sempre così è sabato ed esco con Gerardo Sì certo Ho detto sì certo, cerrrtooo! Ciao. Mm-mm-mh prima di tutto Gerardo speriamo non faccia le solite storie non c’ha mai un soldo quello che sfigato! poraccio dai è un amico… sì insomma è un amico con la sorella figa e se stasera non la porta fanculo Gerardo ultima volta che usciamo assieme poi cazzo la merenda a scuola non ce l’hai i compiti non li hai fatti e vabbé chi se ne frega, un cazzo e quell’altro sono sempre io che anticipo e mi faccio in quattro non c’avrà il babbo ho capito ma che sega! Ma com’è che non entra la terza in ‘sta macchina? non posso fare grattate di questo genere se mi sente qualcuno sai le prese per il culo e quella chi è sembra la Linda ma con chi sta uffa non sono riuscito a vedere… Chissà se Gerardo è pronto? chissà se ha convinto Ester a venire uffa uffa uffa se viene se viene… mi sento già scoppiare se viene… e se non viene? però che agitazione se viene e se non viene ma dai chi se ne frega ma se viene? se viene che le dico? non mi ha mai filato quella eppure lo sa losalosa che mi piace figurati senonlosa… Ecco qui Gerardooo dài scendi Ci viene l’Ester? Sì cazzo sisisisì… Madonna ci viene e adesso? Mmmh Ester mamma mia Ester diomio che incomincio a sudare sempre così mi succede poi si bagnano le ascelle che schifo proprio con Esteresterester… Fiùuu eccola mi sta venendo un colpo ma come s’è vestita così mi fa morire oddio quanto mi piace porcaputtana ho messo i pantaloni stretti e si vede Ciao Ester era ora che tuo fratello ti portasse ha paura che ti rubino? ma no scemo cosa vado dicendo guarda come mi guarda faccio la figura dello sfigato meglio stare zitti meglio parlare dire qualcosa di spiritoso di intelligente di qualunque cosa purché non stupida Dai andiamo tutti allo Shaker d’oro va bene? Sì sì montate ma perché Ester si siede dietro? Mmmh. Andiamo. Andiamo. Andiamoandiamoandiamo, stasera c’è Ester c’è Ester c’èster cesterEster.
Broom vroomm terza quarta vroom Esteresterester è venuta perché sapeva che c’ero, sisisì che c’ero Ester già ti amo dallo specchietto anche se fai finta di non guardare quinta sesta settima vroom la macchina vroom Ester VROOOOMM LA VITA! ottava decima centesima andiamo entriamo m’imbroglio coi soldi e non prendo il resto fesso! non fare il fesso che oggi c’Ester, entriamo beviamo sediamo balliamo? SI’ ha detto sì, è venuta per me per me permepermePERME! La stringo, oddio, mi sento strano, la stringo, e dondolo, sulla musica, e sento qualcosa, di strano, giù, più giù, lei è morbida, è languida, è tenera, è soffice, è dolcissima, mia Ester, sento che anche lei si scioglie, è felice, è felice? Io lo sono, non so cosa dirle, non le dico un cazzo, basta dondolare, così, appena appena, e tenerla abbracciata, sento il suo seno, lei sentirà il tamburo, urlante, del mio cuore, Ester, io, io, io… Madonna… Morire adesso o mai più.
Ester…
[…]
Che ore saranno?
Mi devo essere appisolato. C’è troppo buio qui.
Ho fatto un sogno… Mi pare. Ah sì. Sempre quello. La mia Esterina…
Già. E’ un po’ troppo buio qui.
Mmmh. Mi fa un po’ male, oggi. Già. Più di ieri. Fino alla fine, mfh!
Mmh, perché c’è questo buio, Ester, Ester! C’è buio…
Oh, Giulio, come dici? Ah, vecchio stupido. Sì che lo so, sì. E’ che l’ho sognata. Tua madre. Era così bella. Era… puoi fare un po’ di luce?
Ah, che ore sono? Così presto! Mmh, no non voglio niente, no. Grazie.
Mi ricordo quando nacque Giulio. Sì. L’Ester fu molto brava. Eh sì, brava fu. Sì. La mia Ester.
Bah! Ricordi. Che me ne faccio? E poi così al buio. Ma non si può avere un po’ di luce? Se chiamo Giulio mi fa un po’ di luce… Forse…
Che ore saranno? Sono così stanco.
Ester, mi sa che fra un po’ arriverò anch’io.
Mi scoccia non sapere che ore sono.
Non so proprio cosa fare, più.
Mi ricordo quella camicetta rossa, le stava bene… chissà dove sarà ora?
Mah…
E’ un po’ troppo buio. Ed è anche freddo.
Già.
Questa sera in TV ci deve essere Colombo.
Mmh… Colombo. Ma forse l’ho visto ieri sera? Mi scoccia non ricordare…
Cos’ho visto in TV ieri sera? No, non Colombo… cos’era?
E cos’ho mangiato…? Bah, non ricordo un accidente.
Non ho più la testa, non ricordo. E’ un po’ troppo buio qui.
Mi scoccia non ricordare.
Vediamo… ieri sera… ah, sì, Colombo! C’era il Tenente Colombo, mi piace.
Sarà ora della pillola? Chissà… tanto si ricorda Giulio, è un bravo ragazzo…
Eh sì. Ester. Abbiamo fatto un bravo ragazzo, ne possiamo essere fieri.
Ester, mi manchi sai?
Ma tanto fra un po’ ci rivedremo…
Mi dà fastidio questo buio, perché Giulio non apre mai bene le imposte?
Buio. Ed è anche un po’ freddo. Chissà che ore sono…
Ester.
Sono proprio stanco.
Ester, Ester, Ester…
Racconto inedito di Claudio Bezzi
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E’ ormai stabilito che gli oggetti hanno una coscienza collettiva, un po’ come le formiche. E’ evidente il vantaggio competitivo che ciò comporta: potete buttare via un vecchio soprammobile o rompere il servizio da tè della zia Cettina ma il danno complessivo per la comunità degli oggetti è sostanzialmente irrisorio, se non addirittura nullo. Gli oggetti sono una colonia interna, un’enclave potente, una ramificazione insidiosa che infesta le case degli uomini con un intento chiaro: sopraffare l’umanità. Questa affermazione allude a una consapevolezza, a una volontà, a un disegno preciso degli oggetti che naturalmente non è stato sempre presente. E’ ironico osservare come lo sviluppo di questa consapevolezza e di questo disegno sovversivo siano una conseguenza chiara e diretta degli uomini e del loro atteggiamento verso gli oggetti. Nell’antichità gli oggetti non avevano coscienza di sé. Molto più rari, limitati a un numero estremamente basso e completamente funzionale alla vita grama dell’umanità dell’epoca, gli oggetti erano schiavi inermi. Uomini utilizzavano l’arco per la caccia o l’aratro per coltivare, donne si servivano di poche stoviglie per organizzare pranzi frugali consumati su poveri sgabelli. Oggetti inanimati, insensibili, destinati a durare a lungo e comunque a essere rapidamente sostituiti in caso di rottura. Gli uomini si costruivano i propri utensili, tornivano i vasi per contenere l’acqua e scolpivano i bastoni sui quali si appoggiavano; e l’anima degli oggetti era così interamente posseduta dai loro artefici. Poi l’uomo prosperò e iniziò a coltivare il gusto per il bello e per il superfluo ma ancora gli oggetti, anche quelli destinati a un uso decorativo, non sviluppavano alcuna consapevolezza; erano pochi, concentrati in poche dimore di ricchi e nobili e non riuscivano a fare massa, a sviluppare una consapevolezza. La svolta avviene nel ‘600 e più ancora nel ‘700, con l’inizio dei grandi viaggi, delle colonie oltremare, del contatto con le culture altre e la conseguente curiosità verso i costumi indigeni. Curiosità, poi desiderio. L’apoteosi con la riscoperta della Cina e lo stravolgimento che le cineserie portarono in Europa sin dalla metà del ‘600. Porcellane, sete, perle e straordinari manufatti cinesi invasero il Vecchio Continente, ma anche maschere e oggetti rituali dall’Africa nera e dalle Americhe, in un flusso commerciale straordinario che fece scaturire la dannata scintilla. I diversi oggetti, prodotti e commerciati in numero crescente, entrarono in contatto fra di loro, si conobbero, si contarono e presero, pian piano, coscienza. La rivoluzione industriale, il fordismo, la produzione di massa, riti umani di devozione e amore verso le merci, fecero percorrere agli oggetti in un paio di secoli un’evoluzione pari a quella che l’umanità aveva raggiunto in decine di migliaia di anni.
Gli oggetti si diversificavano e moltiplicavano: a fianco degli strumenti necessari per il lavoro (aratri per coltivare i campi, penne per scrivere poesie e fucili per ammazzare i vicini) si producevano sempre di più oggetti dedicati essenzialmente a solleticare la vanità, il gusto estetico, la fanciullaggine delle persone: palle e palline, segnalibri bizzarri, calendarietti profumati con donnine ammiccanti con le piume sul sederino che se soffi si sollevano un po’, gufi gufetti ochette gattini e altri animaletti di ceramica da tenere appoggiati sulle mensole perché tanto carini da guardare, termometri e barometri per essere sempre informati del tempo che sta facendo senza lo scomodo di guardare fuori dalla finestra, portafotografie di ogni sorta dimensione e colore, coltellini svizzeri, corni napoletani portafortuna, magneti da attaccare al frigorifero (uno per ogni posto visitato da ciascun amico), portapillole stoviglie per biscotti e cesti per la frutta per dare un aspetto diverso a quelle che sarebbero state solo pillole biscotti e banane, frullatori e macinini per ciascun tipo di cose da frullare e macinare, cravatte e spille per cravatte, telefonini e custodie per telefonini e protezioni colorate per telefonini, bracciali e anelli, caleidoscopi per dire oooh! e poi non metterci più l’occhio dentro tanto è sempre la stessa roba, ventagli, nacchere comprate in Spagna, radio con la foggia delle vecchie radio di cinquant’anni fa anche se sono fatte in Cina oggi, mazze da baseball per fare impressione, cucchiaini da caffè e cucchiaini da tè che sono diversi, tutti i caricabatterie degli ultimi dieci anni perché non si sa mai potrebbero servire, la palla di cristallo che fa la neve, il vecchio carillon regalato dalla suocera che non funziona più da quindici anni e nessuno lo sa riparare ma non si può buttare via sennò si offende, un boomerang, un freesby, i pattini a rotelle, la collezione di boccettine con le sabbie di Cesenatico Villa Simius Cefalù e altre spiagge di cui però non ci si ricorda il nome, un sottotegame smaltato che ce l’avevamo già ma questo è più carino e s’intona col servizio buono, il servizio buono di trentasei pezzi ma uno si è rotto, il servizio da tutti i giorni, bicchieri e rimasugli di tazzine assortite, la borsa dell’acqua calda, la borsa del ghiaccio, borse della spesa piene di altre borse della spesa, portamatite e, insomma, potete facilmente continuare voi, basta che vi guardiate attorno.
Naturalmente questi oggetti, anche se in combutta fra loro, hanno in realtà comportamenti molto differenti.
E’ indiscutibile che coltelli, forbici, falci e altri attrezzi acuminati e taglienti siano in assoluto più selvaggi e individualisti. Essi tentano ripetutamente e sfacciatamente di eliminare fisicamente e per le vie brevi gli esseri umani ma non hanno affatto l’approvazione della gran massa degli altri oggetti e in particolare dei più aristocratici e intellettuali oggetti di lusso, la vera élite, la mente del perverso disegno. I gioielli, gli orologi, ma anche le cornici artistiche, le porcellane e i mobili di antiquariato coltivano un progetto meno cruento e più a lunga scadenza, e se qualche decennio fa era più difficile spiegarlo ora è chiaro e visibile anche nel suo imminente successo e non si capisce perché i coltelli le spille e i rasoi non vogliano capirlo, è evidentemente un loro difetto strutturale, un po’ come fra gli essere umani quei bruti dalla fronte bassa che prima mollano un pugno poi si sforzano inutilmente di capire.
Si calcola che per ogni essere umano ci siano circa trecento oggetti, naturalmente distribuiti differentemente fra ceti sociali e aree geografiche (gli americani hanno circa seicentocinquanta oggetti a testa, i kenyoti solo sessanta); in ogni caso si tratta di mille e ottocento miliardi di oggetti che ci circondano, in continua crescita.
La razza umana li venera, e quindi non c’è scampo. Gli umani hanno elaborato una sofisticata credenza religiosa, chiamata ‘economia’, che fra le altre cose sostiene il principio della crescita produttiva infinita: produrre sempre più oggetti, con sempre più varianti, e ogni oggetto appena appena un po’ invecchiato sostituirlo subito… Secondo questa credenza non c’è limite alla quantità di oggetti necessari per la felicità umana e la struttura sociale mondiale si regge su questa semplice fede: consumare.
I sacerdoti di questa fede producono masse gigantesche di oggetti che diventano rapidamente obsoleti, o semplicemente si guastano e devono essere sostituiti da nuovi oggetti, sempre nuovi, sempre diversi e sempre uguali. Questa gaia religione planetaria produce felicemente miliardi di tonnellate di spazzatura oggettuale che viene raccolta con devozione da un ordine religioso ad essa dedicato che porta via con discrezione questa secrezione del sacro consumo senza turbare eccessivamente la sensibilità della specie umana. Gli oggetti sono in questo molto furbi: hanno imparato molto velocemente quale pigrizia, ignavia e codardia sia insita nell’umanità e quale imbarazzo, noia, sdegno ma forse anche pentimento indurrebbe la vista di tale montagna quotidiana di rifiuti, la necessità della sua gestione, la preoccupazione dello stoccaggio e del riciclo! L’ordine degli spazzini, netturbini, operatori ecologici, gestori di discariche, manager del riciclo è silenzioso e discreto e, specialmente, mimetico. Si aggirano ultimamente anche in pieno giorno ma non sono più visti da alcuno, sono trasparenti e silenti, e così non turbano l’equilibrio eccezionale e felice del progresso nelle merci.
E’ così che gli oggetti stanno vincendo. Qualche altro anno e il loro numero sarà diventato talmente enorme da non avere più spazio il mondo per contenerli, né ci sarà più posto nelle discariche. Avremo tutti cinque televisori, quattro frullatori, vari tritacarne impastatrici gelatiere yogurtiere robot fornetti microonde. Sarà impossibile per noi vivere felici senza cestini per il pane, cestini per i biscotti e per i cracker e per i grissini, portatovaglioli, portaposate, segnaposti multicolori, centritavola di varie fogge per le diverse occasioni, sottopiatti, sottobicchieri, sottotegami. E andremo a riposarci a Ischia ma sarà impossibile senza creme e unguenti, libri ed opuscoli, asciugamani accappatoi pareo costumi e copricostumi, lo smartphone con gli accessori, gli occhiali da sole e quelli da vista, il cerchietto per i capelli, il rasoio, il kit per le unghie, la borsetta coi medicinali, lo zainetto per quando si fanno le gite e ci si mette dentro il necessario e una bottiglietta d’acqua che poi viene sete.
E gli oggetti crescono. E sanno.
Tenuti ancora a bada, per quanto si può, quelli affilati, l’intelligentzia degli oggetti sta preparando l’attacco finale: un solo colpo, ma mortale. Un solo assalto, quello definitivo. Swarovski e Pomellato, Cartier e Chopard, La Myse e Ziylan attendono solo il segnale emesso da Vogue per scatenare le loro legioni di orologi e ditali, piatti e cucù, ciondoli e telecomandi, portacenere e cravatte, scopini e paralumi, bilance, grattugie, candele, bamboline, spegnimoccoli, scimitarre per turisti, maschere, spilline, cappottini per cani, mollette per banconote, portariviste colme di vecchie riviste polverose, timbri per la ceralacca mai usati, uova Fabergé, campanelline per il giardino che suonano col vento, francobolli assortiti nei loro raccoglitori abbandonati nei cassetti, raccolte di figurine Panini degli anni ottanta che hanno un valore!…
L’attacco è imminente. Preparatevi.
“Al pari di ogni giovane poeta, era immerso in una descrizione della natura; e, spinto dal desiderio di conferire al verde l’esatta sfumatura, cercò con lo sguardo (in ciò dimostrando assai più audacia di tanti altri) l’oggetto medesimo, il quale era per l’appunto un cespuglio d’alloro che cresceva sotto la finestra. S’intende che, dopo di ciò, non riprese a scrivere. Il verde della natura è una cosa; il verde della letteratura è un’altra.”
Virginia Woolf, Orlando
Cos’è il Primo Maggio?
Credo che fatichiamo a capirlo oggi. Quel che è stato il lento, faticoso e spesso sanguinoso percorso che operai oppressi e ridotti in condizioni disumane hanno compiuto da metà ‘800 in poi noi non possiamo capirlo leggendo la scarna proposta della Wikipedia o da qualche resoconto giornalistico. Ci viene in soccorso la verità poetica e a chi fosse interessato suggerisco caldamente “Germinale” di Émile Zola; un anno di vita in miniera a fine ‘800, le lotte e lo sciopero animati da confuse idee socialiste, inquinate da nichilismo anarchico… Leggete “Germinale” se volete accostarvi al dolore e alle sofferenze di quelli, infine, che sono stati i nostri nonni o al massimo, se siete giovani, bisnonni: 130-140 anni fa. Poi le follie europee delle due guerre, e da quella fucina uscire idee più mature, classi dirigenti consapevoli; le nuove lotte del secondo dopoguerra hanno un ben altro livello di consapevolezza fino agli anni ‘60 e ‘70…
Poi tutto ha cominciato a correre in fretta e forse oggi il sindacato deve trovare un nuovo linguaggio, la classe operaia una nuova identità e i lavoratori tutti una nuova visione.
In ogni caso è opportuno, credo necessario, guardare al passato e ricordare chi eravamo, e il Primo Maggio serve a questo.
Racconto inedito di Claudio Bezzi
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E’ così difficile raccontare con ordine quel che avvenne. Difficile perché fu rapido, caotico, pieno di conseguenze e di conseguenze di conseguenze. La gente si impaurì e gioì, si disperò e si entusiasmò, molti morirono, moltissimi cercarono vie di fuga e insomma fu un periodo sconvolgente ma quel giorno, Cristo, quel giorno sì che fu memorabile. E stravagante, va detto.
Che fosse un orrendo, misterioso, buffo, angosciante e delirante evento decisamente stravagante lo si comprende dalle modalità. Iniziò alle ore 9,00 del 3 Giugno a partire dalla linea del cambiamento di data. Sapete cos’è, no? Una linea immaginaria che si sovrappone con giravolte e zig-zag al 180° meridiano: di qua è domenica e di là è ancora sabato. Ogni volta che arriva l’anno nuovo tutte le televisioni ci fanno vedere, da decenni, il conto alla rovescia e l’esplosione di fuochi artificiali prima in Nuova Zelanda, poi in Australia, in Cina, e piano piano l’anno nuovo arriva anche nella vecchia Europa e poi nel nuovo continente. Ecco: come per il nuovo anno le ali arrivarono a partire dalla linea di cambiamento di data, e mentre loro (i neozelandesi, gli australiani) si spaventarono a morte non capendo quel che succedeva, i servizi televisivi incominciarono a inviare i loro segnali nel mondo, e noi da qua incominciammo ad angosciarci ben per tempo seguendo questa ondata di peste piumata che arrivava inesorabilmente. E mentre la televisione mostrava finalmente gli australiani che iniziavano a gioire e a volare noi eravamo nel pieno della nostra ansia sentendo che le spalle iniziavano a pizzicare.
Ma lasciatemi finire il discorso del cambiamento di data. Già sarebbe stato stravagante vedere il fenomeno comparire lungo la linea retta di un meridiano e diffondersi linearmente; ma questa stramaledetta linea non è affatto perfettamente sovrapposta con il meridiano. Se già non lo sapete aprite un atlante o cercate sulla Wikipedia: ci sono scostamenti paurosi, in particolare nel Pacifico dove, per lasciare univoca la data e l’ora di uno sparpagliatissimo gruppo di isole, le Kiribati, la linea si scosta all’indietro di ben due meridiani, che sono una distanza colossale. E questa non è l’unica deviazione.
Insomma, le ali ai kiribatesi iniziarono a spuntare assieme cogli zelandesi e via discorrendo gli altri in ordine. E’ pazzesco! Questo fu uno dei primi argomenti a sostegno della mano intelligente, della volontà divina, che sarebbe stata dietro questo casino. Ovvio che non poteva essere un fenomeno naturale. Ovvio, certo, ma il pontefice chiarì in modo netto che il Dio cristiano non doveva essere tirato in ballo, perché non si poteva imitare qui sulla Terra ciò che era perfetto lassù nei Cieli.
E così successe. Prima là nel Pacifico, poi in Asia, seguiti da Europa e Africa e infine le Americhe. Nel giro di ventiquattr’ore precise tutti avevano le ali. Uomini e donne, vecchi e bambini. Chi nacque pochi minuti prima mise le ali assieme alla mamma; chi nacque pochi minuti dopo uscì dalla pancia già con piccole alucce raccolte sulla schiena. Chi stava morendo in quel preciso momento morì con dei moncherini perché non fece in tempo a sviluppare completamente l’appendice; gli uomini e le donne della stazione spaziale internazionale misero le ali mentre sorvolavano il punto preciso in cui l’onda della metamorfosi stava correndo sul pianeta. Nessuno fu risparmiato. Tutti ebbero le loro ali.
Lì per lì si sentiva solo un solletico, poi un bruciorino. Poi una certa dolenzia vicino alle scapole, là dove due bozzi andavano rapidamente spuntando, crescendo, sviluppandosi. Nel giro di quattro o cinque ore tutti avevano sulla schiena due enormi spuntoni che imponevano, fra l’altro, di togliere i vestiti. Si può immaginare l’orrore dei primi, con questi due corni sulla schiena. Ma i corni si addolcivano, si arcuavano nella loro naturale articolazione e iniziavano a mettere una pelurietta, poi un piumaggio più imponente, finché in capo a mezza giornata ognuno aveva le sue ali. E mica uguali, che le ali erano grandi e piccole, nere, bianche o colorate, con una varietà di cui nessuno capì mai la logica perché era indipendente da sesso, razza e corporatura.
Il primo giorno passò così e nessuno ebbe tempo per pensare a un granché.
Alle 9 il primo pizzicore sulla schiena; verso le prime ore del pomeriggio era chiaro fossero ali, e verso l’imbrunire c’era già chi volava. E chi dormì quella notte?
Anche se poi venne una specie di gioia isterica, e neppure in tutti come vi dirò, lì per lì fu drammatico. Poi nessuno ci tornò sopra e in pochi andavano rivangando quelle ore tremende, ma fu drammatico. Una bella schiena liscia e compatta che mette su, all’altezza delle scapole, dei corni ripugnanti, e non è che fossero proprio indolori ché un bel fastidio lo davano. Tutti a spogliarsi e scamiciarsi per capire cosa gli succedeva, ed era un bel correre nei pronti soccorsi solo per trovare medici e infermieri impazziti dalla paura alle prese coi loro corni. E non è che la paura diminuisse una volta capito che erano ali. Ali piumate, ali da uccello! Non è che se al posto del naso vi spunta la proboscide pensate “ah béh posso stare tranquillo, ce l’ha pure l’elefante”! Sì, ammettiamolo: piuttosto che nasi-proboscide, piuttosto che una coda da topo o la pelle squamata dei pesci meglio, molto meglio ali piumate da uccello, ma lì per lì questa cosa pazzesca fece impazzire moltissima gente. Chi si buttò dai palazzi, chi si gettò sotto il treno, chi prese il fucile e ammazzò tutti i familiari, fu una strage. Morirono a migliaia, impazzirono a migliaia, si mutilarono in migliaia da quell’orrore che cresceva loro addosso. E queste scene si vedevano pressoché in diretta in Europa, che assisteva impotente all’avanzare del morbo o di quel che era, nessuno lo sapeva e nessuno lo poteva spiegare, poi ci fu un black out comunicativo perché tutti i giornalisti e i cameraman e i fonici e gli elettricisti erano alle prese coi loro corni sulla schiena e nessuno stava a vedere che in Australia si era nel frattempo capito che poteva quasi essere una cosa bella. Tutto sommato i più fortunati furono gli americani; d’ora che l’ondata giunse da loro fecero in tempo a vedere gli australiani che volavano gioiosi, fecero in tempo a capire che questa incredibile follia poteva essere gioia pura. A San Francisco in migliaia aspettarono l’evento cantando Instant karma assieme a improvvisati profeti new age.
Il giorno dopo fu il caos.
Difficile immaginare un disastro economico, un’agitazione sociale, uno sconvolgimento psichico tutti frullati assieme, di carattere più gigantesco di quel 4 Giugno.
Mentre da centinaia di carceri di tutto il pianeta migliaia di detenuti semplicemente volavano via, i titoli di borsa delle compagnie aeree crollavano, i capi di stato invitavano alla calma visibilmente pallidi in viso, nessuno si presentava al lavoro perché intento a scoprire le nuove possibilità del volo, molti supermercati venivano presi d’assalto da bande alate, il papa si raccoglieva in preghiera, mentre tutto questo e molto altro accadeva, la gente imparava a volare. Mentre le televisioni trasmettevano vecchi film intervallati da sporadici comunicati e pochi servizi in diretta, la gente svolazzava a mezz’aria a torso nudo o mostrando – nei climi più freddi – vestiti adattati e con ampi squarci sulla schiena, le gare sportive erano sospese per impossibilità di applicare le regole standard, insorti afghani entravano dal cielo nelle basi americane, mentre tutto questo e moltissimo, moltissimo altro accadeva, la maggior parte della gente imparava allegramente a volare, non senza conseguenze a volte tragiche; un numero significativo di nuovi alati sbattevano sui fili elettrici e morivano fulminati, altri si scontravano in volo nelle grandi città e precipitavano al suolo con conseguenze anche serie, altri ancora – i soliti avventati sbruffoni – provavano a lanciarsi da grandi altezze ma erano travolti da correnti d’aria che non sapevano governare e si schiantavano; il 4 Giugno segnò un numero altissimo di incidenti e per un discreto periodo i morti furono centinaia e i contusi innumerevoli. Ma tutto questo sembrava passare come un venticello nella consapevolezza della gente che osservava appena questo sfacelo godendosi – oh sì, quanto se la godeva – questa incredibile novità.
I primi giorni trascorsero così; voli sempre più audaci, cieli coperti da innumerevoli volatori, chi pianino e rasoterra, chi più alto, chi altissimo e veloce. Il primo problema fu come adattare un qualche abbigliamento alle ali. Nelle aree tropicali uomini e donne andavano generalmente a torso nudo con una sorta di tacita approvazione anche delle autorità, ma già nelle zone temperate volare a una certa altezza necessitava di una qualche protezione, prima frutto di adattamento di vecchi abiti poi con ingegnose soluzione che coniugavano vestibilità, facile indossabilità e movimento delle ali. Il problema vero era nei climi freddi. Solo molti giorni dopo, quando un minimo di comunicazioni furono ripristinate, si seppe delle migliaia di morti fra i Lapponi, in Siberia, nella Terra del Fuoco e in altre zone con temperature estremamente basse. Pellicce e altri abiti tradizionali non consentivano il contenimento delle ali, anche senza volare, semplicemente raccolte sulla schiena, e così in migliaia morirono assiderati prima di riuscire ad adattare gli indumenti disponibili, e anche così di volare non se ne parlava proprio.
Naturalmente, dopo i primi giorni, qualcuno incominciò a fare ipotesi, una più stupida dell’altra. Le televisioni ricominciavano a riempirsi di talk show dove immancabili esperti, ciascuno col suo bel paio d’ali, discettavano sul nulla. Il biologo sosteneva che era impossibile conciliare il DNA dei pennuti con quello dei mammiferi, ma erano pur penne e piume quelle che ricoprivano i nuovi arti; il genetista sosteneva che era impossibile un così rapido manifestarsi di questa metamorfosi, ma anche tale impossibilità era confutata dai fatti. I teologi andavano per la maggiore ma, in attesa di un pronunciamento delle autorità religiose, restavano molto sulle loro con discorsi vaghi e fumosi sulla Provvidenza. Nessuno ci capiva niente neppure nei segretissimi laboratori delle maggiori potenze dove si cercava di capire a) come tutto ciò fosse stato possibile, b) se fosse una minaccia alla sicurezza nazionale e c) se si potesse sfruttare questa novità sotto il profilo militare. Data la segretezza delle ricerche nessuno ne seppe nulla ma la sensazione è che neppure loro cavassero un ragno dal buco.
Si capì subito che nella montagna di problemi che si affastellava in questo primo periodo quello preminente riguardava l’economia. Il volo aereo tracollò e molte piccole compagnie chiusero i battenti. Tutti i lavori che richiedevano suite particolari si fermarono per un pezzo: i sommozzatori, i ricercatori in laboratori nucleari come gli aviatori d’alta quota non potevano indossare le tute, le mute, le uniformi non predisposte al contenimento delle ali, e solo dopo diversi mesi si incominciarono a produrre indumenti idonei. La gente ricominciava di malavoglia a tornare nelle fabbriche e negli uffici, ma il problema era che non si sapeva bene cosa produrre. Le automobili erano inservibili, sempre per il problema di dove ficcare queste benedette ali, ma anche adattando i sedili semplicemente nessuno le usava più; era meglio volare, più divertente e assolutamente economico. I mezzi pubblici furono abbandonati e gli impiegati sciamavano a stormi negli uffici creando gravi problemi di circolazione aerea e non pochi incidenti. Il petrolio raggiunse ripetutamente minimi storici. Resisteva un po’ il trasporto merci, ma le merci da trasportare erano poche nel tracollo commerciale generale. Tutta la lunga filiera dell’industria manifatturiera semplicemente schiantò in poche settimane e i grandi Tycoon rovinati dovettero ideare nuove forme di suicidio perché gettarsi dall’ultimo piano con le ali non funzionava più.
Gli sport si fermarono. Come si giocava a calcio con le ali? La discesa libera era ancora praticabile? Del nuoto non parliamo neppure ma il salto in alto aveva ancora un senso? Qualcuno iniziò a inventare gare di velocità in volo, giochi di palla volanti, adattamenti degli sport tradizionali in situazioni aeree ma ci vollero molti mesi prima di poterci capire qualcosa, e nel frattempo tutti i patron sportivi semplicemente videro fallire squadre di football, baseball, calcio, rugby, pallacanestro eccetera. In cambio ballerine e strip teaser inventarono nuovi numeri acrobatici, gli spettacoli circensi si rilanciarono, tutte le forme di spettacolo si reinventarono nello spazio di poche settimane. Tutti poi avevano voglia di divertirsi e si formavano sempre grandi happening collettivi dove qualcuno iniziava uno spettacolo poi in migliaia si univano festosi e non si capiva più cosa fosse spettacolo, cosa festa, cosa un gran bordello senza senso.
Bisogna dire che passati i primi giorni l’umanità condivideva una gioia mai sperimentata prima. Volare era bellissimo. Anche i più anziani e timorosi potevano benissimo fare voletti considerevoli, ma i giovani riuscivano a stare in aria per ore, coprendo grandi distanze.
Le mamme impararono a tenere al guinzaglio i pargoli per impedire loro di volare allegramente via in zone pericolose. Gli innamorati si appartavano in zone impervie per guardare il mondo ai loro piedi (il sindaco di Parigi fu il primo a emettere un’ordinanza che impediva di volare e appollaiarsi sulla Torre Eiffel e su Notre Dame). Tim Cook presentò l’ultimo modello di iPhone su un pittoresco picco del Grand Canyon.
Succedevano contemporaneamente due cose: c’era molta gioia e un gran casino. Sì, si ricominciava a lavorare, ma i ritmi produttivi erano più che dimezzati perché la gente voleva volare. Le autorità cercavano di dare ordine ma nessuno le prendeva sul serio. L’economia si andava riorganizzando su altre basi, le borse segnavano continui ribassi ma pochi sembravano preoccuparsi. Si moltiplicavano invece le gare aeree, i gruppi acrobatici volanti, i tour aviatori, i giochi erotici a mezz’aria. I gruppi teatrali volanti acquistarono enorme successo presso il pubblico. Molti passavano la maggior parte del tempo per aria, questo è il punto.
Stormi di disperati fuggivano la fame, la guerra, la schiavitù di regimi ottusi, e semmai incrociavano stormi di giovani pasciuti che volavano in gruppi per esplorare il mondo. I confini non esistevano semplicemente più. Ciascuno volava come e dove gli pareva. Dopo un po’ di pratica un giovane in buona salute poteva volare dalla mattina alla sera, senza atterrare, coprendo fra i 150 e i 200 chilometri. Persone anziane ovviamente molto meno, ma comunque a sufficienza. La Spagna e la Francia furono invase da marocchini e algerini affamati, ma il nord Africa fu invaso da spagnoli e francesi avventurosi che volevano fare una bella vacanza. L’Italia fu invasa da albanesi e croati in cerca di lavoro, ma le coste balcaniche furono invase da italiani che volevano fare il bagno in spiagge pulite. La Florida si riempì di cubani che fuggivano il castrismo e cuba si riempì di americani e canadesi che affollavano Varadero. Dal Myanmar fuggivano la repressione volando in Cina, dalla Cina fuggivano il sovraffollamento volando in Russia, dalla Russia fuggivano il freddo volando in Europa. A un certo punto parve che tutti stessero volando da qualche altra parte.
Incominciarono a sgretolarsi i regimi più deboli, quelli fondati sulla repressione. Contemporaneamente incominciarono a tuonare i rappresentanti dell’ordine, Così non si può andare avanti! Strillavano, e chiedevano misure d’emergenza per controllare questi flussi non graditi.
Alcuni religiosi fondamentalisti si fecero tagliare le ali in diretta citando Matteo e scagliandosi contro questo abominio, e già sul finire dell’Estate molti movimenti politici e religiosi si erano uniti in una campagna anti-ali.
Il primo scontro si registrò a Londra. Alcune centinaia di attivisti anti-ali si radunarono a Piccadilly al grido “Siamo persone e non polli!”. Una buona parte di loro aveva le ali tagliate e altri legate strette dietro la schiena; marciavano a piedi alzando i pugni con insolenza verso l’alto e sarebbero rimasti sostanzialmente ignorati se un gruppo di giovani volanti non avesse iniziato a gettare su loro rifiuti e altri oggetti, ridendo e starnazzando indecentemente ripresi dalla televisione. Sfortuna volle (poi qualcuno parlò di provocazione e di infiltrati) che vennero lanciati anche mattoni che provocarono feriti e un morto. L’incidente fece scalpore; anche se gli anti-ali erano in generale pochi fanatici senza grande seguito l’omicidio – intenzionale o no – suscitò scalpore e permise a diversi politici e leader religiosi di manifestare pubblicamente il loro sdegno chiedendo leggi severe contro i pennuti umani.
Strano come accadono le cose. O, a pensarci bene, non strano per niente… Comunque fra fine Settembre e Ottobre accaddero vari incidenti in diverse parti del mondo.
In Spagna un contadino sparò ripetutamente a uno stormo di marocchini che si era posato, giusto per riposarsi un po’, sul suo campo. I superstiti lo fecero a pezzi e il terrore si sparse nella zona. In Medio Oriente e in Asia centrale i kamikaze erano tutti volatori e le truppe internazionali presenti non sapevano più come difendersi e furono costrette ad asserragliarsi nelle caserme. Ad Albertville, Alabama, un predicatore fondamentalista organizzò una giornata di purificazione con taglio delle ali, giudicate opera del demonio; in centinaia se le tagliarono e di conseguenza in decine morirono dissanguati o di setticemia, predicatore incluso. I nordcoreani volarono in decine di migliaia nel sud Corea senza alcun intervento delle autorità della Repubblica Democratica Popolare, cosa che fece urlare contro il complotto, la provocazione, sostanzialmente l’invasione, la Repubblica del Sud, che fu lì lì per scatenare la guerra. Diversamente Cuba, dopo le prime ondate, utilizzò le sue postazioni antiaeree per abbattere stormi interi di fuggiaschi, e in particolare quella che fu poi chiamata “la strage del 27 Ottobre” ricevette il biasimo internazionale.
Insomma: la faccenda andava ingarbugliandosi sempre di più e le autorità dovettero intervenire. Si diffusero rapidamente in Occidente norme contro il volo non autorizzato e l’immigrazione aerea clandestina, che ovviamente erano inapplicabili se non ridicole; già verso Novembre qualcuno in Italia propose l’asportazione coatta delle ali, prima del rimpatrio forzato, per i clandestini colti sul suolo patrio; la proposta suscitò solo una debole protesta e divenne norma a partire da Dicembre; in Germania stormi di Nazivolanti pattugliavano le strade incatramando le ali dei turchi, nel sostanziale silenzio delle autorità, mentre al confine col Messico gruppi di bravacci volavano di notte con reti tese che finivano per imprigionare e far precipitare messicani che penetravano clandestinamente negli States.
Il Papa emanò una nota pastorale molto complicata e tortuosa in cui – senza mai demonizzare apertamente le ali – si sottolineava la pericolosità delle ali dal punto di vista della fede; il rabbino capo di Tel Aviv segnalò come le ali non fossero comprese nell’opera di Dio al momento della creazione; varie autorità islamiche dichiararono come le ali assomigliassero più a quelle dei demoni che a quelle degli angeli. Questo clima avverso alle ali aumentò costantemente fra tutte le autorità politiche e religiose nell’Inverno, e ad esse si affrettarono ad associarsi imprenditori e manager che non avevano tratto alcun profitto – ma grandi perdite – dalla comparsa delle ali. In effetti in Inverno diminuirono drasticamente i voli: il freddo, che aumentava in quota, che penetrava nei vestiti con gli ampi squarci per consentire il volo, frenò moltissimo i volatori anche più intrepidi in tutto l’emisfero boreale. I più preferirono tornare negli uffici con autobus e metropolitane; tantissimi tornarono a passare le serate guardando un buon vecchio film in tv piuttosto che svolazzando per i tetti coperti di brina. Volanti sempre più infreddoliti e autorità sempre più severe si incontrarono facilmente nella condanna prima, e nella repressione poi, di quegli eccentrici che, nonostante tutto, insistevano nel continuare i voli. Si disse che disturbavano i voli degli elicotteri di soccorso, che interferivano con le telecomunicazioni, che spiavano i vicini di casa dalle finestre, che andavano a rubare nei piani alti dei condomini, che dovevano essere pazzi (e quindi pericolosi) a volare in quella stagione, si disse poi che avevano formato delle sette, dei gruppi segreti di stampo terroristico, satanico, pedofilo, spionistico. Chi volava allegramente coi vicini a Giugno era guardato con ostilità a Dicembre da quegli stessi vicini non più desiderosi di quell’ebbrezza. Senza spingere apertamente i cittadini a tagliarsi le ali (cosa che in tantissimi comunque facevano) la maggioranza dei politici si mostrava col nuovo look con le ali strettamente legate sulla schiena o addirittura coperte in sorte di zaini. I parlamentari che continuavano a mantenere le ali furono espulsi dai rispettivi partiti un po’ in tutti i Paesi e andavano formando gruppi parlamentari di minoranza e sempre più esigui.
In Olanda, a Febbraio, si stabilì il coprifuoco volante dalle sei di sera, e i gendarmi potevano sparare a vista contro chi volava dopo quell’orario; l’idea olandese piacque molto e fu presto imitata dagli altri Paesi europei.
Con l’arrivo della Primavera pochissimi ripresero i voli; sempre più ostracizzati, perseguiti da leggi sempre più restrittive, il volo era tollerato ormai solo in certe isole tropicali e greche, in Sardegna e alle Canarie. Le cliniche estetiche avevano liste d’attesa di mesi per l’asportazione chirurgica delle ali mentre la Chiesa Delle Ali Strappate soppiantava Scientology nel numero di adepti e, specialmente, negli introiti.
Quasi nessuno volava più e l’arrivo del 3 Giugno, anniversario delle ali, non fu atteso con particolare enfasi. E la scomparsa delle ali, avvenuta con la stessa modalità dell’anno prima a partire dalla linea del cambio di data, apparve a molti come una giusta riparazione, una logica conseguenza della volontà popolare, un rinsavimento della natura.
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