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Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.

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    Cinquanta sfumature di arancione

    E alla fine De Magistris ha fatto il suo partito, cosiddetto “arancione”, che raccoglie sindaci arrabbiati, ex magistrati da barricata, antagonisti No Tav e Dal Molin e, insomma, non gente silenziosa e propriamente accomodante.

    Ho già scritto che vedo elementi positivi in questa effervescenza civile e sociale, in questa voglia di politica che malgrado tutto sta attraversando il panorama italiano. Da Giannino e Zingales (che mi pare siano stati fra i primi col loro “Fermare il Declino”, che ancora non si può definire partito) che si colloca in un’area sovrapponibile allo spazio esistente fra Casini e Renzi, a Montezemolo e i suoi centristi che con Casini invece sono fortemente sovrapposti, a De Magistris che mi pare sovrapponibile a un’area antagonista che vede in Grillo il maggiore esponente e in Di Pietro la faccia parlamentare della protesta.

    Quella della sovrapposizione, nel già frammentato quadro politico italiano, è l’esito inevitabile di una qualunque “nuova” proposta politica. L’offerta italiana va dai fascisti di Storace ai comunisti di Ferrero passando per non meno di una dozzina di sigle principali, per tacere di quelle piccoline. L’effervescenza è segno di vitalità. La voglia di mettersi in gioco è segno di democrazia. Ma lo sbocco in nuovi partiti, nuove liste che si contenderanno lo zero-virgola di voti mi pare onestamente segno di un protagonismo personalistico che gli italiani considerano francamente insopportabile. Montezemolo doveva fare una scelta di campo e offrire le sue forze (e le sue idee - contribuendo così fattivamente all’avanzamento della vecchia politica) a Casini; De Magistris, già transfuga dell’IdV, poteva cercare di migliorare il partito a cui deve la sua carriera politica, e che è in oggettive difficoltà, anziché ripetere il vecchio e scontato cliché della fuga e rifondazione.

    Insomma vedremo. Queste operazioni mi sembrano più di marketing personale che di proposta politica, ma potrei sbagliare.

    Su questo tema potete leggere:

    (2 Dicembre 2012)

    Previsioni del tempo: grandine

    Riflettere meglio sul movimento convergente Grillo-Di Pietro (con l’aggiunta di Travaglio e del quotidiano il Fatto?). Regola: fare due o tre respiri profondi, rilassare i muscoli del collo e soprattutto usare la testa e non la pancia.

    1) Indubbiamente fra sei mesi porteranno una bella quantità di eletti in Parlamento; sarà Grillo a portarli; ovvero: sarà la rabbia, la disaffezione, l’antipolitica, la noia verso i vecchi partiti; un ampio gruppo di (perlopiù) giovani che affrontano per la prima volta questa esperienza, che porteranno carica positiva, voglia di far bene, begli ideali… tutte cose giuste; ma che avranno anche una scarsa preparazione politica generale: chiedete a un grillino quale sia la sua posizione sulla Siria, se l’area Schengen debba essere rivista o se le politiche europee del latte siano eque e non sapranno di cosa state parlando: impareranno, certo, ma il Grande Suggeritore (Grillo) ha intanto idee poco condivisibili sull’Euro…

    2) Anche se raggiungessero il 20% di parlamentari poco importa se ci fosse un Governo con una solida maggioranza; poiché è altamente probabile che tale maggioranza sia espressa nel centro-sinistra, osserviamola un po’ meglio: PD e SEL hanno già stretto il patto ma probabilmente i loro voti non basteranno e serviranno quelli dei centristi (UDC ed eventuali terzi tipo Montezemolo); peccato che non ci sia un solo punto in cui vadano d’accordo (politica economica innanzitutto, ma non solo). Ciò potrebbe significare che si fa il governo, si riescono a far passare due o tre leggi importanti (riforma elettorale, conflitto di interessi…) ma difficilmente si arriva in fondo alla legislatura e si riandrà a votare dopo due anni.

    3) Infine, e fondamentale: più confusione nel quadro politico italiano, più litigiosità in Parlamento e meno credibilità internazionale con conseguenze immediate e gravi sull’economia, spread in rapida risalita e daccapo l’ansia, le incertezze, la produzione industriale che non ripartirà, la disoccupazione che crescerà e i giovani sempre più allo sbando.

    Lo scenario di cui al punto 3 è evitabile solo con una sostanziale riduzione del successo di Grillo (diciamo non oltre il 10-12%) e una straordinaria vittoria del centro-sinistra che possa decidere, con larga maggioranza, anche senza i ricatti centristi (e quindi decide e sbaglia da solo, governa cinque anni e poi faremo i conti alla fine). Uno scenario molto ma molto improbabile.

    (3 Novembre 2012)

    —-

    Altri post sulla sciagurata politica italiana, su Grillo, le elezioni?

    Di Pietro dichiara di ammirare Grillo e gli promette il suo sostegno. Grillo loda Di Pietro e lo propone come Presidente della Repubblica.

    I due demagoghi arruffapopoli si sostengono a vicenda tradendo, ciascuno, ciò su cui avevano giurato di più sacro: la difesa delle Istituzioni dipietrista e il rinnovamento senza sconti grillino.

    Credo che non ci sia bisogno di nessunissimo altro commento.

    (1 Ottobre 2012)

    Sì a Casini, intendevo a Di Pietro, volevo dire a Vendola…

    Il dopo-Monti? Comunque vada sarà un disastro.

    Il centro-sinistra è dato vincente dai sondaggi e dal buonsenso ma è legittima la domanda “quale centro-sinistra?”

    Se il PD sarà comunque l’ovvio, indispensabile e ineludibile pilastro dello schieramento occorre chiedersi chi potranno essere i veri alleati:

    • l’UDC di Casini? Pro: raccoglierebbe voti di quei moderati non berlusconiani (o addirittura anti-berlusconiani) ai quali la componente moderata e cattolica del PD già guarda; garantirebbe una continuità col governo Monti (rigore, approccio liberale, Europa…) che il PD sa comunque essere necessaria; impedirebbe una sua fuga a destra in funzione anti-governativa una volta passate le elezioni. Contro: incompatibile con IDV e con SEL; schiaccerebbe tutta la politica sociale del PD verso soluzioni “cattoliche” (aborto, contraccezione, fine vita…) incompatibili con una fetta preponderante dei simpatizzanti PD; schiaccerebbe tutta la politica economica verso un eccesso di liberalismo incompatibile col PD;
    • l’IDV di Di Pietro? Pro: hanno già governato assieme e sembra una cosa logica riprendere la “foto di Vasto”; meglio Di Pietro in casa amico scomodo che fuori casa avversario virulento (forse); i temi IDV (legalità, istituzioni) sono comunque temi seri. Contro: Di Pietro si è cacciato in un vicolo cieco di demagogia e attacco a Napolitano che non può essere accettato dal PD; presumibilmente i voti di IDV non sarebbero determinanti;
    • SEL di Vendola? Pro: un’agenda molto più ragionevole di quella dei tempi di Rifondazione, in buona parte compatibile con quella del PD; costituirebbe la “sponda sinistra” del PD (in alternativa a Casini “sponda destra”) forse necessaria per dare un’impronta meno liberale e più popolare al futuro governo, e quindi in grado di attrarre più consensi elettorali in periodo di crisi. Contro: incompatibile con Casini; imporrebbe alcune misure economiche (p.es. patrimoniale) fortemente osteggiate dalla destra, da Confindustria e dall’Europa; sarà anche diverso da Rifondazione, ma al PD ancora brucia la precedente disastrosa esperienza di governo.

    Non sarà per caso che Bersani non decide, non rompe i ponti con nessuno e prende tempo.

    Vendola torna a Vasto

    Nella sua intervista a Repubblica Vendola dice alcune cose chiare (ed era ora! Aspettare qualcosa di chiaro dal PD mi pare ormai un’utopia) e per me piuttosto interessanti:

    1. la difficoltà - se non l’impossibilità - di un’alleanza con Casini. Vendola parla di distanza fra SEL e UDC, ma l’argomento va esteso al campo del centrosinistra e alla prospettiva riformista; dopo avere osservato le differenze di posizione su questioni economiche (liberista per Casini, e quindi “il diavolo” nella prospettiva vendoliana), il leader di SEL cita diritti civili, matrimoni gay, fecondazione assistita e testamento biologico, temi che devono essere parte di una cultura progressista e che vedrebbero Casini assolutamente contrario; temi che stanno già lacerando il PD fra ala cattolica e componente laico-riformista; questa è anche a mio avviso la ragione principale per la quale non è possibile un’alleanza strategica con l’UDC, con la quale ovviamente ci potranno eventualmente essere proficue convergenze specifiche su altri temi comuni;
    2. quasi come conseguenza Vendola dichiara che un’alleanza di centro sinistra deve avere anche Di Pietro come alleato. Io personalmente credo che Di Pietro non ne azzecchi più una e che - proprio a causa dell’isolamento in cui si è ficcato con le sue mani - abbia imboccato una deriva demagogica, populista, grillina pericolosa; e credo anche che Di Pietro abbia una cultura fondamentalmente differente da quella tipica dei riformisti, socialisti, progressisti di sinistra; ma ugualmente Di Pietro deve essere aiutato a rientrare in un’alleanza (quella cosiddetta “di Vasto”) in cui ritrovare alcune moderazioni ma anche alla quale dare un po’ di pepe e di attenzione a temi - tipici dell’Italia dei Valori - per niente trascurabili;
    3. infine Vendola è stato lapidario su Ferrero (Rifondazione comunista): “E’ rimasto attaccato a idee immobili. Non si può inseguire l’obiettivo di essere i migliori perdenti”. Lo strappo da posizioni arcaiche, conservative e perdenti e la ricerca di una via diversa di essere “di sinistra” mi sembra molto confortante anche in prospettiva di (eventuale) governabilità.

    Il tramonto di Di Pietro?

    Di Pietro annuncia un’unione con Grillo e cerca di trascinarvi anche Vendola che intelligentemente si sfila, né credo che avrà ripensamenti in questo.

    Di Pietro mi è anche stato simpatico, ha avuto un ruolo interessante - anche se mai veramente centrale - nel panorama politico italiano, e non poche delle sue istanze sono state condivisibili e ragionevoli, ma l’ex magistrato non ha mai avuto la vera stoffa del leader politico; appare più furbo che intelligente, più opportunista che chiaramente orientato da un orizzonte politico chiaro. Cos’è Di Pietro? Una specie di liberal-social-popul-democrat-cosa? Ideologicamente a destra, alle sue origini, e forzato nel centrosinistra dall’avversione a Berlusconi, ha via via sposato temi cari ai laici e moderati di sinistra per cercare poi un’identità specifica nel radicalismo anti-casta… Ogni piccolo spostamento dipietrista si è però scontrato col fatto che tutti gli spazi erano già occupati. Ora il madipancismo dipietrista è sopraffatto dal qualunquismo grillino e la trovata geniale è di ammucchiarsi assieme.

    Se la strada è questa segnerà la fine della parabola politica di Di Pietro. Non può competere con Grillo in comunicazione, capacità di mobilitazione, attrattività per i giovani, enfasi goliardica. Ora è il momento di Grillo, purtroppo, e l’Italia dei Valori non è competitiva.

    Comunque, la mossa dipietrista servirà a fare chiarezza. E pulizia.

    Cicchitto il levantino

    Ammesso che la ricostruzione della Repubblica - organo ufficiale e non obiettivo dell’antiberlusconismo - sia esatta, leggo:

    Nel frattempo è nel Pdl che si assiste alla più spettacolare virata rispetto al governo. Abbandonata la linea del sostegno neghittoso e svogliato a Monti, sono in molti - a partire da Alfano - ad applaudire per i risultati del vertice europeo. Molti, ma non tutti. L’ala dei falchi (ormai non solo ex An, come si vede dal caso Brunetta), in questo appoggiata da alcuni big forzisti come Fabrizio Cicchitto, sta meditando infatti il modo migliore per prendere le distanze dall’esecutivo senza provocarne la caduta. In una cena romana la linea emersa sarebbe stata allora quella ribattezzata “astensione operosa”. Ovvero, quando arriveranno in aula i provvedimenti del governo, i falchi non voteranno no, ma consentiranno alle misure di passare astenendosi. Una sorta di “governo della non sfiducia”, come quello di Andreotti nel ‘76.

    Per quanto legga di comportamenti di questo genere, continuano a disgustarmi. Preferisco di gran lunga il folcloristico Di Pietro che - a mio avviso sbagliando e per motivi non nobili come lui pretende - fa l’opposizione a Monti. Almeno è una posizione chiara, sulla quale si può assentire o dissentire. Ma queste cene carbonare fra chi vorrebbe fare la fronda ma non osa, studiando alchimie che sottolineino i distinguo senza perdere i privilegi (il privilegio di stare con la maggioranza e di non essere additati come coloro che hanno rovinato l’Italia) ecco, questi bizantinismi, queste semi-congiure levantine che caratterizzano la politica italiana da sempre no, non ne posso più!

    Un tranquillo week end di ordinaria amministrazione

    Oggi non trovo notizie particolarmente ispiratrici per scrivere il mio post (semi)quotidiano. Sembra una banale, stanca, normale giornata festiva senza nulla di eccitante, senza notizie sensazionali.

    Prendete la prima pagina del Corriere on line, per esempio:

    • “Così lo IOR ha sfiduciato Gotti-Tedeschi” (con appendici sul maggiordomo-corvo); che noia! Andavo all’Università (molti decenni fa) quando già lo IOR puzzava di latrina ed era sulle pagine dei giornali per altri più clamorosi scandali, né l’ipotetico collegamento col maggiordomo ladro di documenti e le faide interne fra cardinali riescono a eccitarmi più di tanto… roba buona per il popolino, roba da “Cronaca vera”…
    • Formigoni: “Mi dimetterò se dimostrate che ho fatto favori”; segue “Mi dimetterò se gli asini volano” e precede “Mi dimetterò se mi faranno santo”. Storie già viste da un quarantennio di politici troppo furbi per noi;
    • “Vendola-Di Pietro, ultimatum al PD”: ennesima puntata dell’appassionante telenovela della sinistra (centro-sinistra? boh…) italiana; non buona come Un posto al sole ma potrebbe migliorare;
    • Monti a Bergamo, “Protesta dal cielo della Lega”: che la Lega non preferisca un profilo basso e presuma impunemente che gli italiani non si ricordino che hanno governato negli ultimi quindi anni portandoci in questa situazione, spiega chiaramente i tanti perché del Trota;
    • Grillo, “Arriveremo a Roma, bomba o non bomba”: non voglio scherzare sulle bombe; ma sono certo che qualunque strategia abbiano i bombaroli non è contro Grillo;
    • Siria, “Strage di bambini”: questa colossale vergogna dell’Occidente (ma molto anche di Cina e Russia) che decreta una volta di più l’inutilità dell’ONU sta lì, con taglio basso, dopo le molto più importanti notizie precedenti, tanto per mettere pur qualcosa di estero (i giornali italiani sono famosi per trattare pochissimo i fatti del mondo per concentrarsi su Di Pietro, o su Alfano o su Grillo…).

    Che noia! Viviamo davvero in un Paese noioso…

    Il viale del tramonto della cosiddetta “Seconda Repubblica”

    La crisi leghista è eclatante ma non più grave (salvo sotto il profilo giudiziario) dello spappolamento interno al PDL. I due maggiori partiti del centrodestra proseguono un percorso di dissoluzione che farà vittime nel loro schieramento. Questo non deve necessariamente far felici gli avversari politici perché non sarà il centrosinistra ad avvantaggiarsi. Il voto tradizionalmente “di pancia” degli elettori di destra si sposterà su Grillo, sull’astensionismo e in parte sul progetto politico di Casini che, con gli altri soggetti centristi (l’irrilevante Rutelli e il suicidato Fini) giocherà un ruolo determinante nella prossima legislatura.

    Nel centro sinistra non credo che Di Pietro possa avere orizzonti gloriosi; ha cavalcato l’anti-montismo di protesta ma si è anche ficcato in un vicolo cieco. Il PD: anch’esso diviso nelle sue due anime fondatrici, assolutamente incerto su una qualunque linea da tenere, non sa approfittare di questo momento di debolezza degli avversari. Non sa in particolare fare un discorso politico, l’unico in grado di contrastare il vento dell’anti-politica. La dice lunga la paura verso Grillo; ammettere tale paura significa avere già perso. Infine SEL, partito che ruota attorno all’affabulazione vendoliana incapace di attrarre se non qualche intellettuale paziente nell’ascolto.

    Siamo messi male. Mi sembra di vedere una crescente fibrillazione popolare non solo demagogica e ribellista, una voglia di nuovo, di sano… Manca chi è in grado di comprendere e di organizzare questo stato d’animo.

    Dei diritti e delle pene

    Non mi schiero sulla riforma del lavoro e tengo per me i miei giudizi, ma colgo l’occasione per dei discorsi di natura molto più generale.

    1. Il concetto di ‘diritto’ non è naturaleuniversale. Se non partiamo da qui non ci capiamo. Fino a pochi decenni fa nessuno parlava di diritti delle donne e dei bambini nel mondo occidentale, ora parliamo anche di diritti degli animali… I diritti sono ciò che del sentire comune si è coagulato in norme precise. A meno di non usare ‘diritto’ in un senso retorico, simbolico, potremmo dire politico: il “diritto alla felicità” inscritto nella Dichiarazione d’indipendenza americana ha un significato di questo genere e, in senso minore e leggermente differente, il diritto alla vita, il diritto al lavoro, il diritto alla dignità esprimono dei concetti relativi a valori-guida per una data cultura (occidentale) e non delle norme rigidamente codificate.
    2. Il ‘diritto’ come regola codificata e il ‘diritto’ come valore generale sono spesso fusi in una crasi in cui l’aspirazione travalica la norma ma diventa altrettanto cogente e inviolabile. In Italia abbiamo un esempio stupendo nel concetto di ‘diritto acquisito’, che è tipico del nostro Paese e si stenta a trovare altrove, per cui un Tizio che ad un certo punto della sua vita ha una certa posizione (un impiego pubblico per esempio) non potrà mai più perderla perché dei cosiddetti “diritti acquisiti” gli si sono come incollati alla pelle, e accada quel che accada deve mantenere ruolo, posizione, stipendio etc. Anche se è un caprone; anche se quella posizione non serve più; anche se il mondo è andato altrove.
    3. Il precedente punto è aggravato e incancrenito da ogni forma di individualismo, familismo, nepotismo tipiche del nostro Paese, dove i miei diritti acquisiti si trasformano nei diritti di un gruppo, clan, categoria che trae forza e identità proprio dall’appartenere a un insieme di diritti.
    4. Il precedente punto 3 pone il primo degli interrogativi fondamentali: fra i “diritti” di un gruppo (categoria, ceto, popolazione…) e quelli di una collettività più ampia, quali devono prevalere? Ammesso (e non concesso) che si abbia la capacità di stabilire quale sia il bene comune della collettività (per esempio del Paese Italia), quanto deve pesare questo rispetto (e contro) il diritto particolaristico del gruppo? Gli esempi si vanno moltiplicando: da un lato la popolazione della Val di Susa contro la Tav, dall’altro - per esempio - i tassisti e i farmacisti contro le liberalizzazioni del governo Monti. In ragione di chi e di cosa diamo ragione o torto ai valsusini? E ai farmacisti? Nota: evitare di cadere nel ridicolo dando ragione ai valsusini per ragioni romantiche e torto ai farmacisti perché ci stanno antipatici: se vi esprimete a favore o contro dovete avere in testa una regola generale, se no è meglio sospendiate il giudizio.
    5. C’è un altro e importante elemento, molto politico e molto simbolico, che pesa moltissimo in queste vicende. Diamo per certa l’assoluta buona fede di tutti i protagonisti della vicenda, come una sorta di clausola ceteris paribus che ci consenta di non perderci in pericolose paludi. Di Pietro (per esempio) difende in buona fede i lavoratori contro la riforma Fornero: bravo. Dite che non ha fatto una scelta pre-elettorale ponendosi a sinistra come il paladino degli operai contro un PD in appoggio del governo Monti e quindi (ipotetico calcolo di Di Pietro) penalizzato alle prossime elezioni? Camusso ha ribaltato il tavolo dell’accordo: coerente. Dite che non aveva un serio problema in casa con Landini e la Fiom pronti a tritarla (facendo uno sciopero “di avvertimento” a trattativa in corso non certo indirizzato a Fornero)? Bersani ha il mal di pancia e tuona contro l’attuale assetto della proposta governativa: è la sua antica anima socialdemocratica? O sa di essere a un passo dalla spaccatura verticale del suo partito? Insomma: tutti i protagonisti della vicenda (tutti, nessuno escluso) sono portatori di idee e convinzioni vere; ma ciascuno è anche il terminale di interessi diversi, di calcoli e di dimensioni del problema che riguardano altre questioni, altri tavoli. Ciò impedisce un chiaro, limpido, lineare ragionamento solo attorno alla questione trattata. Non esiste “solo” la questione trattata. In un mondo complesso non c’è mai “solo” una data questione.
    6. E quindi - ultimo e fondamentale punto - se tutto quanto sopra ha qualche ragionevole fondamento, i vecchi modelli di decisione pubblica non possono più funzionare. La vecchia idea della concertazione, che aveva in sé un nucleo nobile di discussione, ascolto e ricerca della soluzione condivisa in nome dell’interesse superiore, ebbene non può più funzionare e si trasformerebbe solo in consociativismo, in compromesso all’estremo ribasso, al non cambiare realmente nulla per non deprimere uno qualunque degli interessi in gioco. Tanto più in Italia, con gli atavici difetti nostrani. In questo senso - al di là se ci piace o no - la ricetta Monti indica un modo diverso di trattare le questioni che tramortisce la politica di casa nostra. I Bersani, gli Alfano, le Camusso non sono abituati a un governo che si assume le proprie responsabilità decidendo. Semmai sbagliando. Questa assunzione di responsabilità si compie avendo ascoltato tutte le parti, smussando gli angoli che si possono smussare (secondo il parere del governo) e andando avanti. Come si fa, sia chiaro, in tutte le democrazie nordeuropee e anglosassoni.
    7. Certo, si obietterà, il governo Monti non ha avuto il mandato popolare benedetto dalle sacre elezioni, bla bla bla… Questo è un vulnus non trascurabile, ovviamente, che rende più debole la proposta governativa. E in ogni caso non intendo affermare che l’operazione sempre necessaria di attento ascolto delle parti sia stata correttamente compiuta. Tutto quello che volete. Ma mentre date il vostro giudizio nel merito osservate anche come sia cambiato il metodo e come tale metodo - in un contesto di maggiore legittimazione - potrebbe veramente trasformare il paesaggio politico italiano.

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