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Il blog di Claudio Bezzi
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    La congiura degli oggetti per la supremazia sull’umanità

    Racconto inedito di Claudio Bezzi

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    E’ ormai stabilito che gli oggetti hanno una coscienza collettiva, un po’ come le formiche. E’ evidente il vantaggio competitivo che ciò comporta: potete buttare via un vecchio soprammobile o rompere il servizio da tè della zia Cettina ma il danno complessivo per la comunità degli oggetti è sostanzialmente irrisorio, se non addirittura nullo. Gli oggetti sono una colonia interna, un’enclave potente, una ramificazione insidiosa che infesta le case degli uomini con un intento chiaro: sopraffare l’umanità. Questa affermazione allude a una consapevolezza, a una volontà, a un disegno preciso degli oggetti che naturalmente non è stato sempre presente. E’ ironico osservare come lo sviluppo di questa consapevolezza e di questo disegno sovversivo siano una conseguenza chiara e diretta degli uomini e del loro atteggiamento verso gli oggetti. Nell’antichità gli oggetti non avevano coscienza di sé. Molto più rari, limitati a un numero estremamente basso e completamente funzionale alla vita grama dell’umanità dell’epoca, gli oggetti erano schiavi inermi. Uomini utilizzavano l’arco per la caccia o l’aratro per coltivare, donne si servivano di poche stoviglie per organizzare pranzi frugali consumati su poveri sgabelli. Oggetti inanimati, insensibili, destinati a durare a lungo e comunque a essere rapidamente sostituiti in caso di rottura. Gli uomini si costruivano i propri utensili, tornivano i vasi per contenere l’acqua e scolpivano i bastoni sui quali si appoggiavano; e l’anima degli oggetti era così interamente posseduta dai loro artefici. Poi l’uomo prosperò e iniziò a coltivare il gusto per il bello e per il superfluo ma ancora gli oggetti, anche quelli destinati a un uso decorativo, non sviluppavano alcuna consapevolezza; erano pochi, concentrati in poche dimore di ricchi e nobili e non riuscivano a fare massa, a sviluppare una consapevolezza. La svolta avviene nel ‘600 e più ancora nel ‘700, con l’inizio dei grandi viaggi, delle colonie oltremare, del contatto con le culture altre e la conseguente curiosità verso i costumi indigeni. Curiosità, poi desiderio. L’apoteosi con la riscoperta della Cina e lo stravolgimento che le cineserie portarono in Europa sin dalla metà del ‘600. Porcellane, sete, perle e straordinari manufatti cinesi invasero il Vecchio Continente, ma anche maschere e oggetti rituali dall’Africa nera e dalle Americhe, in un flusso commerciale straordinario che fece scaturire la dannata scintilla. I diversi oggetti, prodotti e commerciati in numero crescente, entrarono in contatto fra di loro, si conobbero, si contarono e presero, pian piano, coscienza. La rivoluzione industriale, il fordismo, la produzione di massa, riti umani di devozione e amore verso le merci, fecero percorrere agli oggetti in un paio di secoli un’evoluzione pari a quella che l’umanità aveva raggiunto in decine di migliaia di anni.

    Gli oggetti si diversificavano e moltiplicavano: a fianco degli strumenti necessari per il lavoro (aratri per coltivare i campi, penne per scrivere poesie e fucili per ammazzare i vicini) si producevano sempre di più oggetti dedicati essenzialmente a solleticare la vanità, il gusto estetico, la fanciullaggine delle persone: palle e palline, segnalibri bizzarri, calendarietti profumati con donnine ammiccanti con le piume sul sederino che se soffi si sollevano un po’, gufi gufetti ochette gattini e altri animaletti di ceramica da tenere appoggiati sulle mensole perché tanto carini da guardare, termometri e barometri per essere sempre informati del tempo che sta facendo senza lo scomodo di guardare fuori dalla finestra, portafotografie di ogni sorta dimensione e colore, coltellini svizzeri, corni napoletani portafortuna, magneti da attaccare al frigorifero (uno per ogni posto visitato da ciascun amico), portapillole stoviglie per biscotti e cesti per la frutta per dare un aspetto diverso a quelle che sarebbero state solo pillole biscotti e banane, frullatori e macinini per ciascun tipo di cose da frullare e macinare, cravatte e spille per cravatte, telefonini e custodie per telefonini e protezioni colorate per telefonini, bracciali e anelli, caleidoscopi per dire oooh! e poi non metterci più l’occhio dentro tanto è sempre la stessa roba, ventagli, nacchere comprate in Spagna, radio con la foggia delle vecchie radio di cinquant’anni fa anche se sono fatte in Cina oggi, mazze da baseball per fare impressione, cucchiaini da caffè e cucchiaini da tè che sono diversi, tutti i caricabatterie degli ultimi dieci anni perché non si sa mai potrebbero servire, la palla di cristallo che fa la neve, il vecchio carillon regalato dalla suocera che non funziona più da quindici anni e nessuno lo sa riparare ma non si può buttare via sennò si offende, un boomerang, un freesby, i pattini a rotelle, la collezione di boccettine con le sabbie di Cesenatico Villa Simius Cefalù e altre spiagge di cui però non ci si ricorda il nome, un sottotegame smaltato che ce l’avevamo già ma questo è più carino e s’intona col servizio buono, il servizio buono di trentasei pezzi ma uno si è rotto, il servizio da tutti i giorni, bicchieri e rimasugli di tazzine assortite, la borsa dell’acqua calda, la borsa del ghiaccio, borse della spesa piene di altre borse della spesa, portamatite e, insomma, potete facilmente continuare voi, basta che vi guardiate attorno.

    Naturalmente questi oggetti, anche se in combutta fra loro, hanno in realtà comportamenti molto differenti.

    E’ indiscutibile che coltelli, forbici, falci e altri attrezzi acuminati e taglienti siano in assoluto più selvaggi e individualisti. Essi tentano ripetutamente e sfacciatamente di eliminare fisicamente e per le vie brevi gli esseri umani ma non hanno affatto l’approvazione della gran massa degli altri oggetti e in particolare dei più aristocratici e intellettuali oggetti di lusso, la vera élite, la mente del perverso disegno. I gioielli, gli orologi, ma anche le cornici artistiche, le porcellane e i mobili di antiquariato coltivano un progetto meno cruento e più a lunga scadenza, e se qualche decennio fa era più difficile spiegarlo ora è chiaro e visibile anche nel suo imminente successo e non si capisce perché i coltelli le spille e i rasoi non vogliano capirlo, è evidentemente un loro difetto strutturale, un po’ come fra gli essere umani quei bruti dalla fronte bassa che prima mollano un pugno poi si sforzano inutilmente di capire.

    Si calcola che per ogni essere umano ci siano circa trecento oggetti, naturalmente distribuiti differentemente fra ceti sociali e aree geografiche (gli americani hanno circa seicentocinquanta oggetti a testa, i kenyoti solo sessanta); in ogni caso si tratta di mille e ottocento miliardi di oggetti che ci circondano, in continua crescita.

    La razza umana li venera, e quindi non c’è scampo. Gli umani hanno elaborato una sofisticata credenza religiosa, chiamata ‘economia’, che fra le altre cose sostiene il principio della crescita produttiva infinita: produrre sempre più oggetti, con sempre più varianti, e ogni oggetto appena appena un po’ invecchiato sostituirlo subito… Secondo questa credenza non c’è limite alla quantità di oggetti necessari per la felicità umana e la struttura sociale mondiale si regge su questa semplice fede: consumare.

    I sacerdoti di questa fede producono masse gigantesche di oggetti che diventano rapidamente obsoleti, o semplicemente si guastano e devono essere sostituiti da nuovi oggetti, sempre nuovi, sempre diversi e sempre uguali. Questa gaia religione planetaria produce felicemente miliardi di tonnellate di spazzatura oggettuale che viene raccolta con devozione da un ordine religioso ad essa dedicato che porta via con discrezione questa secrezione del sacro consumo senza turbare eccessivamente la sensibilità della specie umana. Gli oggetti sono in questo molto furbi: hanno imparato molto velocemente quale pigrizia, ignavia e codardia sia insita nell’umanità e quale imbarazzo, noia, sdegno ma forse anche pentimento indurrebbe la vista di tale montagna quotidiana di rifiuti, la necessità della sua gestione, la preoccupazione dello stoccaggio e del riciclo! L’ordine degli spazzini, netturbini, operatori ecologici, gestori di discariche, manager del riciclo è silenzioso e discreto e, specialmente, mimetico. Si aggirano ultimamente anche in pieno giorno ma non sono più visti da alcuno, sono trasparenti e silenti, e così non turbano l’equilibrio eccezionale e felice del progresso nelle merci.

    E’ così che gli oggetti stanno vincendo. Qualche altro anno e il loro numero sarà diventato talmente enorme da non avere più spazio il mondo per contenerli, né ci sarà più posto nelle discariche. Avremo tutti cinque televisori, quattro frullatori, vari tritacarne impastatrici gelatiere yogurtiere robot fornetti microonde. Sarà impossibile per noi vivere felici senza cestini per il pane, cestini per i biscotti e per i cracker e per i grissini, portatovaglioli, portaposate, segnaposti multicolori, centritavola di varie fogge per le diverse occasioni, sottopiatti, sottobicchieri, sottotegami. E andremo a riposarci a Ischia ma sarà impossibile senza creme e unguenti, libri ed opuscoli, asciugamani accappatoi pareo costumi e copricostumi, lo smartphone con gli accessori, gli occhiali da sole e quelli da vista, il cerchietto per i capelli, il rasoio, il kit per le unghie, la borsetta coi medicinali, lo zainetto per quando si fanno le gite e ci si mette dentro il necessario e una bottiglietta d’acqua che poi viene sete.

    E gli oggetti crescono. E sanno.

    Tenuti ancora a bada, per quanto si può, quelli affilati, l’intelligentzia degli oggetti sta preparando l’attacco finale: un solo colpo, ma mortale. Un solo assalto, quello definitivo. Swarovski e Pomellato, Cartier e Chopard, La Myse e Ziylan attendono solo il segnale emesso da Vogue per scatenare le loro legioni di orologi e ditali, piatti e cucù, ciondoli e telecomandi, portacenere e cravatte, scopini e paralumi, bilance, grattugie, candele, bamboline, spegnimoccoli, scimitarre per turisti, maschere, spilline, cappottini per cani, mollette per banconote, portariviste colme di vecchie riviste polverose, timbri per la ceralacca mai usati, uova Fabergé, campanelline per il giardino che suonano col vento, francobolli assortiti nei loro raccoglitori abbandonati nei cassetti, raccolte di figurine Panini degli anni ottanta che hanno un valore!…

    L’attacco è imminente. Preparatevi.

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