Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Mentre i partiti votano alla Camera l’art. 1 della nuova legge che dovrebbe dimezzare il rimborso ai partiti (perché non l’eliminano mica, gli italiani sono imbufaliti e loro credono di cavarsela dimezzando), mentre il PDL continua il suo karakiri votando contro il decreto corruzione, mentre insomma la classe politica italiana non capisce un accidente di cosa stia succedendo in Italia, ma cosa dico “Italia”?, nella galassia!, ecco che rispunta Berlusconi che a commento della rovinosa sconfitta elettorale annuncia la sua grande trovata: rimetterci la faccia lui mandando a casa il pallido Alfano fino a ieri uomo nuovo e stupendo. Non solo: vuole mandare a casa tutto il PDL, fare una cosa nuova, imitare Grillo, licenziare tutti i “colonnelli”, stringere un patto con Bersani per la legge elettorale insomma, fare qualcosa, qualunque cosa pur di riemergere. Se ci fosse ancora quella santa donna di sua madre metterebbe in vendita pure lei.
Ecco, questa confusa agitazione senile, il non capire che il tuo tempo politico è finito, il cercare penosamente e miseramente una qualunque strada per tornare in auge, assomiglia a quella che vede coinvolto il suo sodale Bossi, come ho avuto modo di scrivere qui qualche giorno fa. Tutti i padri-padroni sembrano ripercorrere lo stesso sentiero: i grandi dittatori come Saddam Hussei e Gheddafi come i piccoli padrini italiani: loro sono il Sole, sono la Mente, sono la Ragione Unica… tutti gli altri solo necessarie comparse, burattini… E non capiscono più la realtà, non fanno un esame di realtà, vivono un delirio di onnipotenza, e anche se si trovano assediati nel bunker sperano sempre nell’arrivo dell’arma segreta che ribalti le sorti. Berlusconi si sta incamminando in questo tragico cunicolo di disillusione e abbandono non capendo che la sua epoca è finita. Non mi fa pena.
Il Bossi, distrutto - dicono - dalla recente svolta giudiziaria che coinvolge anche lui e famiglia, piange. Il Grande Uomo pensa al ritiro e resta annichilito, nell’angolo, incapace di reazioni. Piange.
Vi fa pena, almeno un po’? A me no, per niente.
La parabola del Bossi è da manuale: un signor nessuno grossolano e furbo che azzecca la trovata della sua vita (la Padania, il locassimo esasperato che tocca lo stomaco peloso di certi ceti sociali stufi di una DC all’epoca già in crisi e da lì a poco travolta da tangentopoli) radunando un manipolo di sbandati e pseudo-intellettuali alla Miglio. Due decenni di grugniti eversivi all’ombra del Grande Bugiardo… Il Potere! Come il manovale che vince un miliardo alla lotteria e si ritrova pochi anni dopo rovinato, incapace di gestire quella fortuna, la parabola declina con l’assoluta incapacità politica e morale di gestire il potere; il potere visto come dominio, come disprezzo e come naturale e ovvio privilegio per sé e per la sua famiglia.
Il non vedere la catastrofe imminente, il sentirsi comunque invulnerabili e intoccabili anche fra le macerie è una caratteristica tipica dei despoti; mi sono sempre chiesto come mai Saddam Hussein sia rimasto fino all’ultimo a resistere inutilmente quando gli americani ancora gli offrivano una via di scampo; o Gheddafi… In altro contesto è lo stesso per Bossi (ma sarebbe uguale anche per Berlusconi): la Lega spappolata, i suoi fedelissimi inquisiti, e lui ancora lì a “pensare di ricandidarsi” e a grugnire contro Roma ladrona. Anni di cesarismo praticato su masse beote e ignoranti con la complicità di luogotenenti furbetti (Maroni compreso) che non avevano alcun interesse a calmierarlo, avvertirlo.
Bossi piange? E’ ancora poco.
Mentre la faccia giustizialista della Lega espelle Rosi Mauro la sua faccia ipocrita salva Bossino detto il Trota. Rosi Mauro, personaggio indecente partorito dalle paludi della cosiddetta Seconda Repubblica, non meritava questo sbrigativo trattamento quanto Bossino, figuretta senza spessore catapultato direttamente dalla Prima, non meritava di stare dove l’han lasciato, anche se non prevedo grandi futuri politici per lui. E intanto anche Calderoli, che dell’indecenza ha fatto uno stile personale, compare nello scandalo…
A fare da sfondo alle miserie leghiste lo spettacolo della politica italiana: in pochi minuti ABC hanno concordato di non mollare un soldo del finanziamento pubblico ai partiti (camuffato da rimborso elettorale per aggirare la volontà popolare, forse pensando che non ce ne saremmo accorti…) facendo mostra di una capacità di convergenza bipartisan che non mostrano invece in altre faccende di interesse pubblico come la riforma del mercato del lavoro dove per esempio la Marcegaglia, fiera avversaria di Berlusconi solo pochi mesi fa, ha facilmente subornato il suo pallido clone Angelino che adesso scalpita laddove ieri si era detto d’accordo.
Continua tutto, insomma, con linguaggi (volgari) vecchi, idee (poche) vecchie, comportamenti (discutibili) vecchi. La destra continua a mostrarsi con le impresentabili facce di La Russa e Cicchitto, il centrosinistra col finto buonsenso contadino di Bersani che ormai funziona solo per le gag televisive.
Il disastro elettorale che li attende sarà disastro per tutti noi.
Il nuovo che avanza trova la sua palingenesi a Bergamo nel più tradizionale e italico dei modi: una lacrimuccia del caro leader che ha fatto un così nobile gesto (la mossa sostanzialmente finta di fare un passo indietro da segretario), il bacio col successore designato troppo forte per essere calpestato e rimosso (e non è che non ci avevano provato a zittire Maroni, neppure tanto tempo fa), sputi e insulti grossolani su chi non partecipa a questa catarsi collettiva (e i commentatori più attenti hanno colto la volgarità e perfino l’ingiustizia di questa precipitosa gogna contro la Rosi Mauro).
Lo spettacolo del cambiamo tutto per non non cambiare niente è andato in scena anche questa volta con tutti gli ingredienti che servono: la Rosi a Porta a Porta (è lì che si fa politica in Italia nel ventennio berlusconiano), le lacrime e gli sputi (mancano le monetine lanciate all’Ergife ma l’isteria collettiva è simile), i solenni giuramenti e i babbei che se li bevono.
Domani Maroni sarà il nuovo leader del Carroccio. Non so dove fosse Maroni in questi anni di Lega gestita dai rubagalline; non posso sapere se sapesse oppure no e, in questo secondo caso, dove diavolo volgesse lo sguardo per non accorgersi; sì, è vero, in tempi recenti ha mostrato di smarcarsi… furbissimo e tempestivo. La nuova Lega di Maroni, nessuno si illuda, sarà uguale identica alla vecchia di Bossi; solo un po’ più spregiudicata e cinica. Qualche faccia impresentabile sarà rimossa, qualche slogan indicibile dimenticato ma, sinceramente, il nuovo che avanza non sarà molto distinguibile da vecchio buttato nella spazzatura.
Dice bene Scalfari sulla Repubblica on line di oggi a proposito dell’analfabetismo leghista e delle ripercussioni politiche che avrà l’attuale crisi della Lega sul quadro attuale. Interessante poi l’apertura di prospettiva che fa e che condivido a proposito degli effetti locali (da noi, in Italia) della globalizzazione, non ben compresa da molti politici e certamente non comprensibile a Bossi e ai leghisti.
Questo ennesimo capitolo della commedia umana in formato italiano è stato ben riassunto dalla nota di Alexander Stille sulla Repubblica on line. Voglio aggiungere:
Convenienze piccolo-borghesi e ipocrita ossequio al potente di turno ferito ma non ancora sconfitto fanno esprimere molti commentatori pubblici con cautele e distinzioni assolutamente indebite. Il “dramma umano” di Bossi distinto dalla sua responsabilità politica è un’assoluta finzione, è pura pavidità.
La Lega ha rappresentato per vent’anni un cuneo eversivo nella democrazia italiana (le “camicie verdi”, le ronde, le pallottole sempre minacciate agli avversari…), un elemento di disgregazione (la secessione) di linguaggio volgare e violento sobillatore di illegalità (l’assurda protezione agli allevatori settentrionali fuorilegge, la disubbidienza fiscale…) e di egoismi, di furbizie elettorali (l’inciucio lo inventò e praticò per prima la Lega), di qualunquismi irresponsabili (le continue affermazioni di Calderoli contro l’Islam), di ricatti politici (l’ultimo governo Berlusconi ostaggio della Lega) e di inconsistenza culturale e politica (la loro fantasiosa e mai chiarita idea di federalismo…).
Lasciamo stare la leggenda dei “bravi amministratori locali leghisti”; ne ho conosciuti molti anch’io e sì, mi sono sembrati bravi, ma non sono loro quelli che strillano in Padania per aizzare gli animi contro quella Roma ladrona in cui pascersi all’ombra dei palazzi del potere. La Lega di governo ha rappresentato un gravissimo vulnus alla democrazia italiana e ora che crolla sotto la volgarissima accusa di essere guidata da stupidi rubagalline dovremmo non fare tante distinzioni buoniste e politicamente corrette ma ricordarci cosa hanno fatto in vent’anni per mandare in malora il Paese.
Poi l’analisi politica seria rifletterà su cosa significhi la crisi della Lega, su chi ne raccoglierà l’eredità e su come si riposizioneranno i suoi elettori, sull’eventuale nascita di una Lega nuova e sperabilmente diversa e sul ruolo di Maroni, ma senza dimenticare mai le responsabilità pesanti di Bossi e del suo cerchio magico.
Quel che sta succedendo nella Lega è molto interessante.
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