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    Lessico contemporaneo: relativismo

    Ommioddio! Profumo ha fatto una dichiarazione sulla necessità di ripensare all’ora di religione nelle scuole (in considerazione, se non altro, dei tantissimi bambini stranieri e di altre religioni, oltre che dei figli dei laici), e subito il ciellino Lupi ha gridato allo scandalo che in questo momento assume il nome del demone “relativismo”. Guai al relativismo!

    E’ talmente in mala fede (in senso proprio, letterale) chi sostiene l’intoccabilità dell’ora di religione, che di questo non voglio neppur parlare. Ma il demone del relativismo sì, questo va approfondito. Cosa significa “relativismo”? Chi è il relativista?

    Il relativista non è un qualunquista come recentemente, e sempre più di frequente, si tenta di far passare: il relativismo come mancanza di valori, come falsa equivalenza – se non indifferenza – verso cose (in genere valori) invece molto diverse, alcune manifestamente buone e giuste, altre palesemente false e malvagie.

    Scrive Zagrebelsky (Contro l’etica della verità, Laterza 2008):

    Relativismo […] non significa che una cosa vale l’altra e dunque nulla ha valore. Sul piano della vita individuale, significa che le convinzioni, i valori, le fedi sono, per l’appunto, relativi a chi li professa e che nessuno può a priori imporli agli altri; sul piano della vita collettiva, relativismo significa che queste ‘relatività’ devono poter entrare nel libero dibattito per cercare condivise soluzioni normative ai problema del vivere comune, senza veti pregiudiziali. La democrazia deve essere orgogliosa di questo suo carattere” (pagg. 88-89).

    Questo è il significato profondo di ‘relativismo’ e la ragione per la quale va ricercato e perseguito. Nulla a che fare con l’atteggiamento indifferente e a-valoriale di chi non sa distinguere, non sa collocare in una prospettiva relativa gli avvenimenti e le opinioni, e quindi propone un pensiero stereotipato, immobile, fondato su credenze e certezze come lo intende Giovanni Jervis nel suo Contro il relativismo, Laterza 2005.

    Zagrebelsky parla da giurista interessato a indicare vie per la democrazia. Godendomi la sua lettura mi sono ricordato di un vecchio libro, L’uomo senza certezze e le sue qualità di Gian Paolo Prandstraller (Laterza, Bari 1991), uscito senza scalpore più di vent’anni fa per mano di un sociologo che questo diceva: che il dubbio vivifica e la certezza condanna alla ristrettezza culturale, all’incapacità a dialogare, alla limitatezza del comprendere e – rispetto agli altri – alla feroce e sterile contrapposizione, agli auto da fé e alle inquisizioni, tutti temi ripresi anche da Zagrebelsky. 

    Il ciellino Lupi, la Lega prontamente scesa in campo nell’ennesima battaglia di retroguardia e, specialmente, le gerarchie ecclesiastiche, dovrebbero essere tutti assai più attenti e acuti nella lettura della contemporaneità. 

    —-

    “Lessico contemporaneo” sta diventando una specie di rubrica. Sono già usciti:

    (25 Settembre 2012)

    Note

    1. postato da bezzicante
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