Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Un racconto inedito di Claudio Bezzi
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- Sì?
- Buongiorno sono Rosi, ho un…
- Parli più forte per favore!
- Sì. (Con voce più alta) Dicevo: sono Rosi, ho un appuntamento col Maestro.
- Mmmh, si accomodi. (Lo fa entrare) Fermo. Aspetti. Non tocchi niente. (Esce e poco dopo rientra)
- Mi segua. (La governante col giovane Autore segue il corridoio fino allo studio del Maestro)
- Ninì, ricorda le gocce. Più tardi ti porto la tisana. (La governante esce)
- Buongiorno Maestro…
- Rosi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
- Sì Maestro.
- Mm-mh. E mi dica Rosi, starà lì impalato tutto il pomeriggio o prima o poi si metterà seduto?
- Oh, beh… sì certo, qui va bene?
- Se va bene a lei… Allora vediamo… (armeggia col Mac portatile sulla scrivania) lei mi ha scritto diciotto… no: diciannove email nell’arco di tre mesi, facendomi intendere che mi avrebbe asfissiato a morte se non l’avessi ricevuta; bene. Adesso l’ho ricevuta. (Il Maestro tace guardando fisso il giovane Autore).
- Oh, io la ringrazio tantissimo…
- M-mh.
- … no no, la ringrazio proprio perché, vede, per uno come me che aspira a produrre qualcosa di significativo in campo artistico…
- Perché?
- … beh, ma perché l’arte è vita, è espressione dell’anima, è… come posso dire…
- Se non lo sa lei!
- … sì, voglio dire, io vivo di poesia, non potrei farne proprio a meno, e credo molto nella funzione del poeta nella nostra società…
- Oh mamma mia! Ma si accorge che parla per cliché? Lei sa cos’è un cliché, vero? No, non risponda. (Resta in silenzio qualche istante). Quanti anni ha?
- Io? ventotto.
- E cosa fa nella vita?
- Io? sono dipendente pubblico.
- M-mh. E mi dica: quando è solo in una stanza con un’altra persona, e costui le fa una domanda, lei esordisce sempre con “Io”?
- Io? voglio dire… Maestro mi deve scusare, è che per me l’emozione è veramente forte. Mi rendo conto di fare la figura dello sciocco… Credevo di avere le idee chiare ma adesso, qui davanti a lei…
- M-mh… Va bene, ricominciamo daccapo. Lei ama la poesia e crede nel ruolo sociale di questa forma d’arte. Dico bene?
- Sì Maestro.
- Ed evidentemente non si accorge che dice una fesseria. Lei conosce Montale?
- Montale? Beh, sì, l’ho letto.
- Leggere non significa conoscere. E comunque conoscere non significa capire. Bene, Montale già negli Ossi di seppia, mi pare in “Non chiederci la parola”, ma potrei confondermi, insomma già lui, allora, capiva che questo ruolo sociale del poeta è una fregnaccia. Mi capisce?
- Sì Maestro.
- No, lei non capisce. Lei ascolta, certo, e domani a cena coi suoi amici farà sua questa mia affermazione. Forse rileggerà anche Ossi di seppia, e almeno questa è una cosa buona, ma lei non può veramente capire. (Resta in silenzio qualche istante). Vede Rosi, io ho quasi settant’anni; scrivo poesie che nessuno legge da almeno cinquanta. Oh, all’inizio quanto ci rimanevo male! Avevo delle spettacolari recensioni da poeti veri, capisce? Io ho conosciuto Montale, e lui parlava bene di me… E il grande Sandro Penna, uomo magnifico nella sua tristezza del mondo, lui ha scritto anche la presentazione a un mio volume…
- Il faro della laguna…
- Si è preparato a quanto pare… Il faro nella laguna, non “della”, fu l’opera che mi aprì le porte alla notorietà, quella del poeta… Lei lo sa in cosa consiste la notorietà del poeta?
- Mah…
- Lasci perdere, glie lo dico io: consiste nel fatto che a un certo punto scrivono di te nei supplementi letterari dei quotidiani più importanti, fai qualche lezione in prestigiosi atenei e non devi più pubblicarti i libri a tue spese. Prima eri “un poeta”, poi diventi “il Poeta”, e se perseveri diventi “il Maestro”. E sa cosa cambia? Che guadagni soldi senza vendere una sola poesia; scrivi come recensore letterario, fai traduzioni, fai conferenze, introduci qualche volume altrui…
- Mi è piaciuta molto la sua introduzione al volume del Peschieri…
- “Del Peschieri”? ma come parla… (lo guarda con atteggiamento di pena). Lei sa cosa diceva Flaubert dell’introduzione? “Vocabolo osceno” (ridacchia), capito il vecchio satiro che giochini di parole stupidi faceva? Ma lui era Flaubert! (Aggrotta la fronte pensoso). Ho perso il filo… Cosa stavo dicendo?
- Mi parlava del diventar poeti, dell’affermazione pubblica del poeta…
- Ah sì. Insomma, a quel punto tu continui a scrivere poesie che nessuno legge, ma intanto tutti sanno che sei bravo, importante, e ti pagano per firmare altre cose, oh certo! sempre in ambito letterario, ci mancherebbe! Ecco, la funzione del poeta oggi è una grandissima baggianata. Non c’è. Punto.
- Ma, scusi Maestro, se posso permettermi… Lei però continua a scrivere le sue poesie…
- Sì ma sono per me. Capisce? Io ho bisogno di scrivere. Scrivo in un certo modo che si chiama ‘poesia’, mi piace. Mi gratifica. Penso di essere molto bravo e mi piaccio. Poi le mando a mezza dozzina di poeti più o meno nelle mie condizioni, cioè che hanno un minimo di significato artistico, che mi rispondono estasiati facendomi mille deliziosi complimenti e allegandomi le loro ultime produzioni poetiche. Io le leggo, mi sembrano schifezze ma scrivo loro che senso di lievità mi hanno prodotto, oppure se sono poesie tragiche che empatico afflato di tragedia, oppure qualche altra corbelleria che li renderà lieti del mio illuminato parere. Intanto gli editori mi pagano per altre cose e io posso permettermi questa casa, la governante, i miei piccoli vizi… (Entra la governante senza bussare) Eccola, nomini il diavolo…
- Ninì, l’hai presa la pillola? Mandala giù con la tisana, te la metto qui. (Esce).
- E qui lei ha appena visto un altro aspetto della vita del Poeta… Famoso e celebrato nelle antologie per le scuole medie, con una governante che lo chiama Ninì… guai a lei se se lo lascia scappare con qualcuno…
- No no, Maestro, ci mancherebbe, e poi…
- E poi cosa? E poi cosa… (per un attimo il suo sguardo sembra perso). Bene. Direi che la conversazione col grande Maestro l’ha avuta, giusto? Adesso possiamo arrivare al sodo perché, ci scommetto, lei intende sottopormi una sua opera. E’ così? O addirittura sono più d’una, mio dio…
- No no, Maestro… Cioè, sì, ne ho una e mi piacerebbe condividerla con lei, avere un suo giudizio ecco, per migliorarmi…
- Già. Allora facciamo così, tanto per giocare un po’ fra noi. Io prima le do il mio giudizio, e poi accetterò che lei mi legga la sua poesia. E’ d’accordo?
- Ma… non capisco… Prima mi dà il giudizio? E su quale base…
- Niente da fare. Le spiegazioni non sono richieste né ammesse. Lei mi ha intasato la posta elettronica di email ruffiane e complimentose per farsi invitare qui. Bene, lei è qui. Voleva parlare con me? Bene, abbiamo parlato. Già questo le basta per gratificarsi i prossimi tre o quattro anni e per dedicargli un capitolo apposito nelle sue future memorie. Adesso siamo alla fine e lei mi vuole leggere la sua poesia, e le ho detto che l’ascolterò se accetta il mio giudizio ex ante. Non ci giri tanto attorno e dica semplicemente “sì”, visto che muore dalla voglia.
- Sì sì, Maestro, ma si figuri… va benissimo.
- Bene, allora questo è il mio giudizio. La sua poesia è pessima. E’ poco più di un tardivo esercizio adolescenziale, pieno di boriosi cliché di cui lei si nutre inconsapevole. Figure retoriche trite, banali, scopiazzate da letture frettolose e superficiali che ritiene facciano di lei un lettore raffinato, mentre sono solo l’ammonticchiata falsa erudizione di un autodidatta, come quello della Nausea di Sartre che lei non conoscerà…
- Ma sì, ho letto La nausea…
- Silenzio! Non mi interrompa! Se ha letto Sartre ha compiuto uno sforzo eccessivo per lei, le consiglio vivamente di non riprovarci. Lei ha scritto email corrette sintatticamente ma tremendamente vuote, prive di calore, prive di passione se non della sua presunzione piccolo borghese, ed è venuto da me, è venuto da me! per leggermi una sua poesia che se non sarà in rima baciata dovrò ritenermi fortunato. Lei mi viene a cianciare del ruolo del poeta nella società moderna; ma cosa ne sa? Cos’ha detto che fa per vivere… l’impiegato, giusto? (il giovane Autore annuisce, con la testa bassa), e non crede che abbia una maggiore funzione sociale lei, con le scartoffie di cui si occupa, piuttosto che venire qui a lusingare se stesso con l’ambizione poetica? Faccia l’impiegato, anzi: si licenzi e vada a fare il cameriere, che ce n’è più bisogno, o meglio l’idraulico, ecco. Questo penso della sua poesia. E adesso sarò lieto di sentirgliela declamare.
- Ma, Maestro (il giovane Autore fatica a parlare), io… a me dispiace che lei mi dica così… insomma… bastava rispondere alle email dicendo che lei non era disponibile… io… lei non mi ha neppure ascoltato…
- La sto ascoltando ora. Smetta di piagnucolare e legga la sua “poesia”, erano questi i patti, no?
- Sì, ma…
- Iniziamo dal titolo. Come si intitola il suo capolavoro?
- Luminosi i mattini erano un tempo…
- (il Maestro lo imita sarcastico ridacchiando) “Luminosi i mattini erano un tempo”, ah ah… bella figura retorica, davvero! Lo sa almeno come si chiama?
- Non capisco…
- Oh dio mio, lei è un po’ tardo, lo sa? La sua poesia si intitola “Luminosi i mattini erano un tempo”, giusto?
- Sì…
- Ebbene lei con sua moglie – perché ce l’avrà una moglie, naturalmente! – non parla mica così. Lei direbbe “Ciao amore, ti ricordi? Un tempo i mattini erano luminosi, come sono diventati bui!”. In italiano si usa soggetto verbo e complemento: i mattini, erano, luminosi. Lei invece mi propone un’inversione di parole: luminosi, i mattini, erano un tempo. Bello! Come si chiama questa figura retorica, lo sa o non lo sa? Si chiama anastrofe, e va usata con cautela. Il mio vecchio amico e maestro Saba le usava, ma lui era Saba… Vada avanti!
- Maestro… Maestro no, non andrò avanti…
- Mmh?
- Ho capito benissimo di aver fatto male a venire. L’ho disturbata certamente…
- Bravo!
- …e non era mia intenzione. Ho capito la lezione che mi ha data…
- Mmh?
- … ma sì, ho capito, ho capito. Forse non conoscevo l’anarofe…
- Anastrofe! A-Na-Stro-Fe!
- L’anastrofe, va bene… Devo studiare di più. Devo presumere di meno…
- Fa progressi…
- Però mi permetta di dirle…
- Ahi ahi, ferma lì, prima di dire cose spiacevoli che poi sarebbe impossibile ritrattare!
- Oh insomma!
- Ma sì, lei è offeso e risentito, lo so. (Il giovane Autore fa come per parlare). No no, mi lasci dire. Lei aveva fatte delle fantasie: lei giovane e sconosciuto autore di grandi opere d’arte viene dal vecchio e celebrato poeta, gli legge la sua bellissima poesia sui mattini luminosi che tanto sarà piaciuta alla mogliettina, il vecchio poeta si commuove e vede il lei l’erede unico della sua musa. Abbandona il grigio impiego pubblico, diventa celeberrimo, ricco, vince il Nobel…
- (Il giovane Autore si alza) Grazie comunque. Io vado.
- Lei se ne va? Ma sì, è meglio. Vada a scrivere qualche altro capolavoro. E mentre esce dica all’Ernestina che la tisana si è freddata, che ne faccia un’altra. E non sbatta la porta!
(Il giovane Autore esce. Il Maestro chiude l’alzata del computer e si aggiusta sulla poltrona. Per qualche minuto si sente solo il sommesso ticchettio di un orologio e, in lontananza, il giovane Autore che saluta la governante, e la porta che si chiude dietro di lui. Passa qualche altro minuto di assoluto silenzio.)
- (Il Maestro sembra destarsi dal groviglio dei suoi pensieri) Ernestina! (grida) Ernestinaa, la tisanaa!
(Il giovane Autore esce dallo studio del Maestro e scende a piedi le scale).
- (Fra sé) Ma che stronzo, che stronzo, chestronzochestronzo. (Grida) STRONZO! (Fra sé) Ma tu guarda che vecchio stronzo e io maestro qui maestro là… maestro un cazzo… (Sibila) stronzo proprio… per ‘ste quattro cazzate che ha scritto ma chi cazzo è poi? Ma dico io… vecchio imbecille stronzo mavaffanculo testa di cazzo maestro dei miei coglioni… Ma come s’apre ‘sto portone del cazzo non c’è un pulsante? (grida) Stronzo! Anche il portone c’hai stronzo! (Piano, trovando il pulsante di apertura) Ah, ecco… (Preme l’interruttore, apre il portone ed esce. Il giovane Autore parla fra sé a bassa voce) Che stronzo… ma poi mi ha chiamato lui (gli fa in verso imitando la voce nasale) “lei ha scritto diciotto email, no sono diciannove e mi stava asfissiando” l’imbecille! Ma vaffanculo non mi rispondi, mi metti nello spam ed è finita lì. Ma che cazzo sa lui di come si banna qualcuno, vecchio bacucco di merda (Grida) Sei una merda! (qualcuno lo guarda, lui continua a bassa voce) un pezzo di merda sei, l’anastrofe del cazzo ma chi se l’è inculata mai l’anastrofe mi vieni a fare l’erudito di merda, deficiente te e chi ha inventato l’anastrofe, ma vaffanculo mica ho fatto il Classico io, che cazzo c’entra con la mia poesia? No, dico: se non conosci l’anastronza non puoi scrivere, non puoi avere sentimenti? “Vada a fare il cameriere…”. Ma vacci tu cretino demente rincitrullito, “il mio maestro Saba, Montale mi voleva bene”, e quell’altro chi era… Penna! Ma rivà a rifare in culo (grida) BASTARDO!
(Il Maestro è adagiato sulla poltrona pensoso; entra la governante)
- Hai bisogno di qualcosa Ninì?
- La tisana; questa s’è freddata. Non te l’ha detto il giovanotto?
- No, a me i giovanotti non dicono mai nulla. Escono scuri in volto e scappano via.
- (Ridacchiando) Eh già, eh già già…
- Ma Ninì, non è bello, poverini…
- Poverini? Poverinii? Ernestina, vammi a fare la tisana e non t’impicciare di cose che non capisci! E non chiamarmi Ninì di fronte a estranei. Non chiamarmi Ninì e basta, chiamami Maestro, accidenti!
- (La governante esce lentamente dallo studio) Ma sì, ma sì, una bella tisana calda così ti calmi…
- (Il maestro, sempre sulla sua poltrona; ha un’espressione soddisfatta) Certo che quella dell’anastrofe mi è venuta proprio bene. Che faccia! Me l’ha servita su un piatto d’oro… Com’era, mannaggia… Ah sì, Luminosi i mattini erano un tempo… hihihi… Luminosi i mattini… (ridacchia sommessamente) ahaha, che imbecille!
Il giorno dopo.
(Il giovane Autore imbronciato sul divano; accanto a lui la moglie, trepida).
- Ascolta Roberto, quello è un vecchio stronzo. Neanche l’ha ascoltata, o letta, la tua poesia, che ne può sapere? E poi a me è piaciuta moltissimo, è così dolce, così sensibile…
- Ma sì, ma sì…
- Eddai, c’hai un muso… La devi superare questa storia. Anche i tuoi amici hanno detto che è una bella poesia, no?
- Insomma Adelina, possiamo chiuderla qui? Ma ti pare che i commenti dei miei amici contino qualcosa?
- E il mio?
- Ma Adelina, dai… (si alza di scatto, sembra voler andarsene, si risiede) Adelina, tu sei mia moglie, ti voglio tanto bene ma fai la contabile; quello è da anni in procinto di vincere il Nobel, e se non muore prima se lo becca. Adesso, scusa, non mi fare la filippica della poesia che piace a te, doveva piacere a quello stronzo di merda!
- Senti Roberto (gli afferra bruscamente un polso), parlo seriamente. Non sono mica scema, l’ho capito che ti premeva il parere del grande, vecchio, saggio, quasi-premio-nobel, e invece ti devi accontentare del parere mio. Io non sono una poetessa, non ho scritto mai nulla ma so quanto costano le fettine di maiale al chilo; so come fare un itinerario su Google, come fare la valigia con criterio…
- Ma dai, che c’entra?
- (Un po’ alterata) Che c’entra? C’entra che il tuo Maestro non ne sa nulla di queste cose! C’entra che io mi diverto ad andare al cinema con te e amo i film con Bruce Willis, e il tuo maestro non sa neppure chi sia. C’entra che ho dei suoceri simpatici e un po’ rompicoglioni che ogni tanto ci fanno litigare ma che so mi vogliono bene, e lui non ha nessuno. C’entra che mi piace fare l’amore con te e quando sei in giro per lavoro mi sembra di diventare matta mentre quello, il grande poeta, il Maestro, è solo come un cane con la sua boria, la sua presunzione, la sua solitudine e la sua vecchiaia… E guarda Roberto, se non capisci la differenza, sei veramente uno stupido!
- (Il giovane Autore si scioglie un po’, il viso gli si stende, ha l’occhio un po’ umido) Adelina… (la bacia sulla guancia)
- Sì, va bene… Adelina. Adelina e Roberto, e i tuoi genitori e amici, e i miei. E andare a spasso con loro, e fare i conti a fine mese, e preoccuparsi quando si sta male. E’ poesia? No? Allora sai cosa ti dico? Che è meglio della poesia (si infiamma parlando) perché è vita vera… C’è più poesia quando mi lavi la schiena che nelle rime del Maestro, se riesci a capirlo.
- (Il giovane Autore sorride un po’) Adelina sì, ho capito. Posso dire che sono due cose diverse? Mi credi se dico che ho capito, ma che sono due cose diverse, e che tu sei la più grande fortuna della mia vita? Dai, andiamo a preparare la cena!
(Il Maestro è nel suo studio; sta rileggendo le Lettere a un giovane poeta di Rilke quando entra la governante introducendo un giovanotto impacciato. La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Anselmi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
(23 Settembre 2012)
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