Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.
Stanno passando i giorni e i disordini contro il “film blasfemo” si allargano portando ad altri morti e devastazioni. Ma è anche più chiaro cosa sia effettivamente successo e perché, e oggi su tutti i giornali ci sono commenti riepilogativi non sempre chiari e qualche volta non del tutto condivisibili.
A mio avviso occorre dividere in due la questione per comprenderla. I disordini in sé e il film come pretesto scatenante.
I disordini islamici. E’ assolutamente evidente che le migliaia di persone mobilitate in tante capitali del Nord Africa e Medio Oriente non hanno visto alcun film su YouTube. Ieri sera Caracciolo diceva “uno su mille”; benissimo, diciamo uno su mille. Costoro si agitano, si infuriano al limite della rivolta, assaltano e uccidono (e in qualche caso sono uccisi) perché qualcun altro gli ha detto che in un Paese lontanissimo hanno insultato il profeta Maometto. Un Paese, peraltro, che ha aiutato concretamente i Libici a disfarsi di Gheddafi. Un Paese, peraltro, che tiene a galla l’economia dell’Egitto. Per noi occidentali ciò è incomprensibile. In altri miei post dei giorni scorsi ho parlato anch’io - come tutti - di “fanatismo religioso”, ma credo ora che questa sia una categoria di comodo, veloce e rassicurante, che però non spieghi a sufficienza. E’ acclarato che dietro queste moltitudini insensatamente feroci ci siano gruppi estremisti organizzati, specialmente salafiti (qui sì che l’etichetta di ‘fanatici religiosi’ funziona) esclusi dal potere con la vittoria dei Fratelli Musulmani più “moderati” (sic!) e di altre frange legate ad Al Qaeda. Se il salafismo e Al Qaeda aiutano a spiegare l’innesco (che non è il film blasfemo, da ridurre a mero pretesto), l’enormità del disastro, la sua continuità e la sua potenza non trovano però spiegazioni. Perché non si tratta di migliaia di salafiti jihadisti che hanno attaccato l’ambasciata a Bengasi, per intenderci, ma di migliaia di persone comuni, certamente ignoranti, indubbiamente preda di chi li sa aizzare e manovrare, ma capaci di tenere le piazze per giorni e di uccidere. Il problema generale è la grande rivalsa islamica contro l’Occidente considerato antagonista. Uno degli slogan degli insorti al Cairo era “Se voi avete la libertà d’opinione [si legga: potete impunemente realizzare il film blasfemo] noi abbiamo quella d’azione [cioè uccidervi]”. In Paesi da sempre senza democrazia, dove nulla si può muovere senza l’esplicito consenso delle autorità, e dove infine le autorità sono religiose e quindi indiscutibili, non è concepibile che in Occidente qualcuno possa fare un film su Maometto senza l’esplicito consenso delle autorità locali, e non si riesce a separare la responsabilità personale dell’autore del filmaccio da quella del governo, da quella del popolo americano, da quella poi degli occidentali in genere (visti i recenti assalti ad ambasciate tedesche e inglesi in Sudan). L’Occidente ha avuto una sciocca speranza con la cosiddetta “Primavera araba” quando era abbastanza chiaro che il più delle volte erano regolamenti di conti tribali (chiarissimo in Libia) che non avrebbero cambiato in senso occidentale, laico, pluralista, l’orientamento di fondo che permane in questi popoli: un’assoluta presenza teocratica nella vita pubblica di milioni di persone povere e ignoranti, facilmente manipolabili. Che i processi democratici siano lunghi, che occorra avere pazienza, che occorra capire l’Islam e il Medio Oriente, eccetera eccetera è cosa saggia e nobile, ricordata oggi da molti commentatori; ma che occorra essere meno sciocchi e più realisti come Occidentali è anche questione all’ordine del giorno.
Il filmaccio. Brutto, ignobile, una cattiva azione e - peggio di tutte - un’azione stupida, irresponsabile. Siamo d’accordo. Allora cosa facciamo? Zucconi su Repubblica si affanna a spiegare che questa libertà di espressione (che include la libertà anche di insultare gli altri, le credenze altrui, quelle degli islamici innanzitutto) non è buona in sé, non deriva affatto dalle voltairiane libertà più volte evocate e così via. Va bene, e quindi? Poniamo un limite alle libertà individuali occidentali, in primis quella di espressione (che peraltro in certi Paesi, come l’Italia, alcuni limiti già li ha)? Io non sono d’accordo. In Occidente distinguiamo fra responsabilità individuali e diritti collettivi. Nessuno può abusare dei diritti che ha e si assume le responsabilità delle proprie azioni, certamente, ma attenzione a porre paletti e a suggerire leggi restrittive. Oggi - per acquisire semmai benemerenze presso i popoli islamici - mettiamo una censura contro le offese religiose (e chi sarà chiamato a stabilire cosa sia giudicabile offensivo?) e domani qualcuno proporrà censure contro ogni altra espressione non gradita di giudizi politici. Possiamo in conclusione condannare “moralmente” il film in questione, come condanniamo moralmente i negazionisti, gli xenofobi e tutti gli intolleranti, ma la Democrazia come viene concepita in Occidente include la possibilità (negativa) di allevare anche negazionisti, xenofobi e intolleranti e presume di avere gli anticorpi per reagire ad essi: istruzione, comprensione, esempio tollerante. La censura, per qualunque ipocrita buona ragione venga invocata, è il contrario della Democrazia.
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