Mamma mia com’è difficile parlare di Israele, ebrei e palestinesi e via discorrendo. L’orientamento di questo Blog - i lettori lo sanno - è di cercare di ragionare senza veli ideologici. Non si può sposare alcuna causa per “fede” (che sia quella dei poveri palestinesi maltrattati o dei poveri israeliani circondati) e bisogna cercare sempre di capire le ragioni delle parti in causa, in quelle determinate circostanze, coi riflessi che ogni azione potrà avere su ulteriori effetti… Beh, è difficile, certo!
Di oggi è la notizia che il Sudafrica - che ha buoni rapporti, in generale, con Israele - ha imposto l’etichetta “Fabbricato nei territori palestinesi occupati” (anziché “Made in Israel”) per i prodotti che provengono da tali territori, scatenando l’ira di Israele, la convocazione dell’ambasciatore e toni apocalittici (“Misura inaccettabile, senza precedenti…”).
Le ragioni sudafricane mi sembrano esili (trasparenza e tutela dei consumatori) e non ho idea se ci sia stata una valutazione politica del gesto. Le reazioni di Israele sono canoniche e ovvie, ed è su questo fronte che vorrei sommessamente dire poche cose:
- Israele ha un milione di ragioni a sentirsi minacciata e circondata; e un milione di torti da farsi perdonare. Il conflitto palestinese-israeliano è uno spettacoloso esempio di “punteggiatura nella comunicazione patologica” (ne ho parlato QUI) trasposto a livello di popoli anziché di individui; se vogliamo mettere i preliminari di un dialogo, ogni discorso su chi ha più colpe o su chi ha iniziato per primo è semplicemente da bandire;
- sottospecie del punto precedente, ma con una sua autonomia semantica: la Shoah e i secoli di persecuzione che comunque l’hanno preceduta. Gli ebrei sono IL popolo perseguitato per antonomasia, e fra gli occidentali (non fra tutti) si è diffuso un senso di colpa nei loro riguardi. La conseguenza è una tendenza a considerare diversamente i torti e i meriti dei soggetti in conflitto, con sostanziale prevalenza a favore della parte ebraica. Ovviamente questo non è giusto; se Israele sbaglia, sbaglia e basta, senza “poveri ebrei!”; se ha ragione, ha ragione e basta, senza “poveri palestinesi!”:
- l’iper-protezione di Israele da parte dell’Occidente (e in particolare degli Stati Uniti) ha contribuito pesantemente a creare e mantenere per decenni un vulnus politico-diplomatico tremendo; anche se il richiamo alla causa palestinese è spesso un semplice pretesto, occorre sottolineare con forza che la posizione Israeliana verso i palestinesi, l’ostinazione a non considerare l’ipotesi dei due popoli in due stati, la vergogna dei territori occupati, costituiscono la benzina che alimenta l’oltranzismo estremista musulmano e mantengono tutta l’area nella condizione di perpetua instabilità con costi umani e sociali insopportabili e - volendo essere cinici - anche costi economici colossali per l’Occidente;
- con classica ipocrisia l’Occidente che in sostanza sostiene Israele, ha stabilito in sede Onu delle risoluzioni favorevoli ai palestinesi; Israele se ne infischia solennemente ma nessuno si sogna di applicare sanzioni. Insomma: c’è un complicato gioco di finzioni, sotterfugi e far finta di non vedere, e questo da entrambe la parti e - quel che veramente conta - da parte delle fazioni sostenitrici (che per i palestinesi è tutto il potente e petrolifero mondo arabo).
- E adesso arriva il Sudafrica, come scritto in apertura; il Sudafrica non sposta di un millimetro la realtà dei fatti (Israele occupa dei territori palestinesi), né la rete delle alleanze; Israele continuerà a stare lì anche se gli cambiano l’etichetta “Made in Israel” nei supermercati di Pretoria, e i sudafricani continueranno a comperare quei prodotti. Quel che scoccia a Israele è che con questo gesto qualcuno si sia permesso di gridare “Il Re è nudo!” anziché alimentare una piccola ipocrisia.