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    Italiani euroscettici o solo ignoranti?

    Ripropongo uno scambio avuto con un Alberto Baldissera su Facebook CON MODIFICHE POMERIDIANE.

    Il pretesto è stato un articolo sull’Economist dove si mostrano dati incredibili sull’euroscetticismo italiano: solo il 59% degli italiani sarebbe favorevole all’Unione europea contro il 68% dei tedeschi, alla faccia dei luoghi comuni (il testo completo lo trovate QUI).

    Baldissera mi ha risposto così: Il rapporto del PEW citato da The Economist è riportato qui. Non solo gli italiani sembrano diventati euroscettici (un segno del confuso dibattito in atto da qualche mese), ma sembrano anche aver abbandonato in modo sostanziale la fiducia in un sistema economico basato sul mercato. Questa fiducia è stata sempre inferiore in Italia rispetto ad altri paesi. Ora è condivisa solo dalla metà del campione. PS: Uno dei risultati più impressionanti dei sondaggi in Italia sulle questioni economiche è - come dire - la scarsa literacy economica. Solo una percentuale limitata di intervistati sa ad esempio oggi quali siano le dimensioni del debito pubblico italiano. Per molti è tra il 30 e il 50% del PIL. Una gran parte nutre una completa sfiducia nella classe politica nostrana, ma è disposto ad affidare ad essa non solo la regolazione, ma anche la gestione dell’attività economica. Una buona percentuale è favorevole al mantenimento delle pensioni di anzianità perché ritiene che mandare dei lavoratori in pensione anticipata favorisca l’occupazione giovanile (così anche Landini sull’ultimo numero di Inchiesta), senza rendersi conto che l’onere relativo grava sui giovani e sulle generazioni future e favorisce quindi la disoccupazione. Queste persone sostengono cioè in buona fede credenze incompatibili. In un pezzo di dieci anni fa ho usato l’espressione “giusta iniquità” per indicare questa costellazione di credenze. Prima o poi riprenderò in mano l’argomento.

    Mia sconfortata conclusione: L’economia “tacita”, come tutte le conoscenze tacite di cui sono infarciti i nostri stereotipi quotidiani, sono indubbiamente figli della complessità. Il fatto è che la complessità è un dato, è così punto e basta; anche l’attitudine umana ad accettare credenze fasulle, rassicuranti, sciocche e non verificate. A questo punto dovrebbero essere governanti illuminati e mass media seri a indirizzare il dibattito verso il superamento delle credenze più sciocche e l’uso del cervello, ma in Italia (forse anche all’Estero? Forse ho troppa fiducia nelle opinioni pubbliche anglosassoni) ciò non avviene e si parla per slogan semplificatori alimentando, fra l’altro, la guerra civile fredda nel nostro Paese. Per fare un esempio solo: il ruolo del sindacato come “avanguardia egemone” (in senso gramsciano) capace di educare i lavoratori orientandoli e organizzandoli verso obiettivi progressivi è completamente andato a farsi friggere da trent’anni a questa parte (vedi penoso dibattito attorno alla riforma Fornero e all’art. 18). 

    Replica finale di Baldissera. Sono d’accordo con te. E’ il fascino discreto dell’ideologia, che offre risposte bell’e pronte ai molti enigmi e alle troppe opacità che la vita sociale ci offre. Nell’Europa del Nord, almeno quella che conosco, il dibattito è molto più solido e vivace. E’ da decenni che critico il modo in cui il sindacato ( e ai cosiddetti intellettuali fiancheggiatori) descrive, interpreta e “spiega” la società italiana. Lo scopo non è né educare né spiegare, ma di giustificare. Nessuna risposta alle critiche, al massimo qualche slogan. Sto finendo di scannerizzare in questi mesi molti miei lavori dal 1978 ad oggi: chiederò all’Open Access dell’Università di Torino di metterli in rete.

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