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Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.

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    Al netto della fedele descrizione giornalistica e assumendo l’eventuale maggiore raffinatezza dialogica del Papa, questi a Milano avrebbe detto:

    1. “la laicità dello Stato è uno dei principali elementi nell’assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune. Sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti”;
    2. “lo Stato è chiamato a riconoscere l’identità propria della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, e altresì il diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro giudicato valido e pertinente”, ovvero: i) solo matrimonio e non unioni di fatto; ii) solo fra uomo e donna; iii) no controllo delle nascite; iv) no aborto; v) no eutanasia; vi) sì alle scuole private cattoliche.
    La visione papale della laicità dello Stato è quella dello Stato che obbedisce ai precetti cattolici in merito a tutte le questioni che hanno a che fare con la morale ovvero a tutto ciò che riguarda la vita delle persone (il Papa non si interessa a come gli ingegneri costruiscono i ponti, ovviamente, ma a come gli esseri umani convivono, amano, muoiono, pensano e decidono).
    La visione papale della laicità dello Stato è quella di uno stato fondato su precetti religiosi, sulla morale come dettata dal suo “alto magistero”, sull’azione pubblica vincolata dalle sagrestie.
    A me non disturba per niente che il Papa faccia il Papa; dica quello che crede alle persone che intendono crederlo. Ma non accetto che vada a parlare di laicità dello Stato in termini di interessi curiali, se no è evidente che mi autorizza - per l’evidente reciprocità cui ho diritto - a ingerirmi sulle questioni morali che riguardano il mondo che difende: da quella latrina fetida dello IOR alla pedofilia dei sacerdoti; dalla reale destinazione dell’8 per mille allo scandalo delle scuole cattoliche… per restare su questioni materiali e senza intenzione di sottrarmi ad altre più spirituali.
    La premessa papale sulla “libertà di tutti nel proporre la propria visione della vita comune” è l’usuale artificio retorico ipocrita che deve essere letto, in realtà, “la maggiore nostra - di cattolici - libertà di imporre la nostra visione”, “la nostra supremazia morale che deve essere accettata”.
    So bene che i cattolici non saranno d’accordo con questa mia affermazione conclusiva. La tremenda asimmetria cognitiva, morale, argomentativa che c’è fra noi è sempre quella: chi parla da cattolico SA di parlare in nome di Dio, chi parla da laico CREDE di parlare in nome di un’argomentazione. E’ chiaro che non c’è gara. La vera minoranza culturale è quella dei laici che possono solo far valere il proprio pensiero.
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