Parolechiave

Il blog di Claudio Bezzi
che parla di diritti, laicità, politica, letteratura. E di un cane.

Cerca

Pagine speciali:

Ultimi scatti Instagram

    Di più - Instagram

    Trovami anche su...

    I confini delle autorità morali

    Le “autorità morali” ci dicono cosa sia il bene e cosa il male, e lo fanno sulla base di un’opzione trascendente (Dio) o immanente (l’ideale repubblicano, il comunismo, la libertà dei popoli…); le prime sono incredibilmente più forti delle seconde perché le loro argomentazioni non sono confutabili, ma solo credibili per fede oppure da rigettare interamente, ma avendo a che fare coi significati profondi dell’esistenza e con le paure connesse alla morte diventa più difficile la negazione (per questo gli atei sono pochissimi, gli agnostici dichiarati pochi di più e tutti gli altri galleggiano).

    Se l’autorità morale ha anche un potere temporale, non solo ti dice cosa sia bene e cosa male, ma ti manda al rogo se hai un’idea diversa (così la chiesa cattolica negli anni bui) oppure ti taglia la testa, ti lapida o altre piacevolezze (in molte parti del mondo islamico). La storia dell’umanità da alcuni (pochi) secoli a questa parte può essere letta come affrancamento del potere temporale dalla trascendenza, come separazione di stato e chiesa. E’ così in tutto il mondo occidentale e altrove, ma non è così in tutto il mondo.

    A questo punto quindi io sono totalmente libero:

    ·   di non riconoscere una data autorità morale (per esempio quella della chiesa cattolica);

    ·   di regolarmi secondo altri principi morali (buddisti, islamici, atei…) a mia discrezione e senza subire discriminazioni di sorta;

    ·   di aspettarmi rispetto per le mie scelte anche da parte di quella stessa autorità morale che io abbia deciso di non riconoscere.

    Uno stato democratico e moderno accetta qualunque autorità morale (qualunque chiesa) purché non diffonda principi contrari alle leggi, tutelando sia i suoi fedeli sia chi le è estraneo. Ciò significa che tutela l’autorità morale che indichi, come precetto interno alla sua logica morale, un dato comportamento (si chiama libertà dell’espressione religiosa, ovvero il pontefice – p. es. – è libero di proclamare al mondo ciò che i cattolici devono fare e non fare per essere buoni cattolici) come pure chi si pone in maniera critica rispetto allo stesso precetto e intende promuovere un comportamento differente. La chiesa cattolica – per fare un esempio – è assolutamente libera di condannare il preservativo; i cattolici sono assolutamente liberi di seguire questa indicazione e di non usarlo; tutti gli altri sono liberi non solo di usarlo, ma anche di affermare che è sconsiderato dire di non usarlo.

    Se passate dal preservativo alle tematiche del fine vita vedete che la discussione non è affatto oziosa.

    Posso capire che per il credente sia quasi insopportabile pensare che io mi danni l’anima per i miei peccati, e che imputi ciò a mia ignoranza, e che voglia convincermi ad assumere comportamenti differenti, ma dovrebbe capire pure che la sua libertà nel predicarmi ciò che considera il mio bene è pari (pari = non di più e non di meno) alla mia di comportarmi diversamente e di promuovere attivamente tali mie idee diverse.

    Per questo mi trovo a disagio quando sento parlare di “politici cattolici” (sarebbe lo stesso per dei politici “islamici” o “buddisti”). Vorrei dei politici dichiaratamente “repubblicani”, “antifascisti”, “liberali” o “comunisti” (tutte categorie che declinano l’essere in politica), mentre l’essere “cattolici” fa riferimento a una provincia di significato diversa. Il politico programmaticamente cattolico non serve lo stato repubblicano, serve Dio nella forma storica della chiesa; lui pensa che sia un di più, ovviamente, forte delle sue certezze, ma per me è molto di meno perché io non riconosco tale sua autorità morale (altro fatto, ovviamente, è il politico che nel suo privato fa riferimento alla chiesa cattolica).

    I commenti alimentati da Disqus

    Caricando